Ferrari scalda i motori per lo sbarco sul listino di New York. E Fiat Chrysler Automobiles si prepara a uscire completamente dal suo azionariato per far spazio alla cassaforte degli Agnelli, Exor, che controllerà il Cavallino rampante con appena il 24 per cento del capitale. L’operazione è descritta con dettaglio nei documenti depositati alla Sec, la Consob statunitense, in occasione della quotazione della casa di Maranello, che debutterà a Wall Street il 21 ottobre.

Inizialmente l’offerta iniziale di vendita porterà sul mercato quasi il 10% del capitale di Ferrari a un prezzo compreso tra 48 e 52 dollari per azione. L’operazione, che attribuisce a Ferrari un valore di 8,65 miliardi di euro, consentirà al gruppo guidato da Sergio Marchionne di incassare una somma compresa fra i 906 e i 982 milioni di dollari (pari 800 e 865 milioni di euro) che andranno ad abbattere l’indebitamento del gruppo torinese. Il collocamento del 10% del marchio del lusso è però “inteso come parte di una serie di transazioni finalizzate a separare Ferrari da Fca”, si legge nel documento. Nella prima fase, infatti, Fca manterrà il 90% di Ferrari. Ma già agli inizi del 2016, la struttura dell’azionariato cambierà: Fiat Chrysler uscirà completamente dal capitale di Ferrari distribuendo ai soci Fca il 66% di Ferrari Nv, la nascitura società olandese che prenderà il posto di New Business Netherlands. Il controllo del gruppo però resterà saldamente nelle mani di Exor con il 24% e di Piero Ferrari con una quota del 10% dal momento che “il diritto di voto in Ferrari dipenderà da un certo numero di azioni speciali” come chiarisce il documento ufficiale del collocamento che ipotizza anche la quotazione sul listino di Milano.

Ferrari ha chiuso il 2014 con un fatturato di 2,762 miliardi, il più alto della sua storia, un utile netto di 265 milioni e 623 milioni di debiti. E per il futuro, si legge nella nota, la società punta a “mantenere ed estendere la sua posizione di leader nel segmento delle macchine sportive e continuare a proteggere l’esclusività del brand Ferrari e la sua associazione con lo stile di vita che crediamo rappresenti”. In questo modo, le Rosse contano di realizzare una “crescita profittevole” grazie al lancio di nuovi modelli, agli investimenti nella Formula 1 e all’ingresso in altri segmenti del lusso adiacenti grazie alla forza del marchio di Maranello. Tuttavia la società non fissa alcuna politica di dividendi. Segno che, anche se il brand è forte, sul futuro c’è qualche incognita legata alla crescita della ricchezza mondiale, alla disponibilità di liquidità e a quella di finanziamenti.

Tra i fattori di rischio, il gruppo ammette la sua “dipendenza” dagli impianti produttivi di Maranello e Modena. “Assembliamo tutte le auto che vendiamo e produciamo tutti i motori che usiamo nelle nostre vetture”, spiega il documento, aggiungendo che potrebbero esserci diversi motivi anche di carattere economico, inclusa l’inflazione salariale, che potrebbero rendere “antieconomico per Ferrari continuare a produrre auto in Italia”. “Nel caso in cui Ferrari non fosse più nelle condizioni di produrre auto in Italia, saremmo costretti a cercare nuovi accordi che potrebbero ridurre la nostra capacità di produrre veicoli”, prosegue il documento. Del resto per il gruppo questa sarebbe l’unica soluzione possibile, dal momento che “spostare la produzione in altri Paesi potrebbe avere un impatto sul brand e sulla qualità delle auto fra i nostri clienti”.