Del vuoto cosmico creato dalla fine del grunge e dal progressivo declino (di vendite e di ispirazione) delle tante band di valore nate tra la metà e la fine degli anni ’90 si sono approfittati in parecchi: pochi hanno però saputo farlo come Jack White. L’ex leader dei White Stripes, artista solista affermato e protagonista di un’altra manciata di progetti musicali tutti validissimi (Racounters, Dead Weather) non ha avuto neanche bisogno di passare per la corsia d’emergenza: per come scrive, canta e imbraccia una chitarra lui – scimmiottando sapientemente tutti i grandi vecchi che, guarda caso, lo adorano – di fronte c’era non una prateria ma un’autostrada con tanto di autogrill aperti pronti per essere svaligiati.

E’ così che anche questo ‘Dodge And Burn, terzo disco dei già citati Dead Weather, suona di quella sicurezza rinfrancante tipica delle cose che hai già sentito ma che, in fin dei conti, hai piacere di sentire un’altra volta. Chitarre acide, batterie un po’ nascoste alla maniera di John Bonham e Keith Moon e due voci, quelle di Jack White (appunto) e Alison Mosshart (leader dei Kills) che fai fatica a distinguere l’una dall’altra: tale è l’amalgama di questo corpo unico che, come riunito in una seduta spiritica, tenta di richiamare a sè la grandezza e la sapienza del Robert Plant di turno. Già perchè i Dead Weather di questo disco, che al loro interno vantano anche – last but not least – Jack Lawrence e Dean Fertita, sono niente più che una piacevole riunione di condominio: di quelle che magari non nascono e finiscono per mettere nell’angolo il vicino bastardo ma anzi proseguono per ore tra uno spinello, una schitarrata e del buon vino. Tutti amici insomma.

Ed il problema, forse, è proprio questo: ”Dodge And Burn” manca di quella sana conflittualità intrinseca nei grandi capolavori della musica rock. E se già viene difficile, nel 2015, pensare di scrivere qualcosa di altrettanto inarrivabile, è pur vero che ci si potrebbe comunque avvicinare di più, con meno timidezza. I Dead Weather sono una sorta di ‘dopolavoro’ esclusivo, elitario: c’è chi va a giocare a bocce e c’è chi, potendoselo permettere come Jack White e compagni, sforna dischi comunque di medio-alto livello ma che – già ad un primo ascolto – tendono a scivolare un po’ addosso. Se il trittico iniziale composto da ”I Feel Love (Every Million Miles)”, ”Buzzkill(er)” e ”Let Me Through” cattura l’attenzione come poche altre cose uscite già solo negli ultimi 3-4 mesi, il resto di questi 42 minuti totali – eccezion fatta per l’ultima bellissima ”Impossible Winner” – è poco più che un cazzeggio di lusso, con ottimi spunti che però nel 99% dei casi rimangono tali. Poco male, se pensiamo che le modalità e le tempistiche di fruizione della musica moderna viaggiano non oltre i 2-3 singoli ‘per disco’: molto male se guardiamo invece alle aspettative di chi, questo gruppo, lo ha apprezzato sia con i precedenti due album che guardando ai curricula dei singoli artisti in esso coinvolti.

Tu comunque, Jack, non fartene un cruccio: se la metà delle cose che ascoltiamo al giorno d’oggi fossero ‘brutte’ quanto le tue (le vostre), sarebbe comunque un mondo migliore il nostro. Certo, il fatto che questa rimanga nient’altro che una magra magrissima consolazione è però più colpa tua che nostra.

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