Nel pasticciaccio brutto del Campidoglio l’unica conclusione accettabile sarebbe quella di affidare ad Alfonso Sabella il compito di traghettare la Capitale verso le elezioni di primavera nominandolo commissario governativo.

Lo meriterebbe per alcuni motivi che fra poco diremo, ma soprattutto per la lealtà che, fino all’ultimo, ha dimostrato nei confronti di Ignazio Marino, il sindaco che nel marzo 2015 lo aveva nominato assessore alla legalità e di cui difficilmente poteva condividere certe scivolate etiche, scontrini inclusi. Sabella ha una biografia importante come magistrato antimafia: nella Procura di Palermo guidata da Gian Carlo Caselli fu protagonista della cattura di boss sanguinari come Leoluca Bagarella, i fratelli Brusca, Pietro Aglieri e numerosi altri.

Chi per anni si è alzato ogni mattina per andare alla guerra non poteva certo temere gli agguati politici nei corridoi dell’Urbe, anche se i comportamenti di certi onorevoli voltagabbana avrebbero disgustato perfino Totò Riina. La nomina di Sabella potrebbe essere una risposta seria alle fosche previsioni dell’avvelenato Marino, convinto che dopo la sua cacciata le mafie capitali torneranno più forti di prima. Riferendosi al lavoro svolto per ripristinare regole e legalità, ha detto l’assessore: “Peccato, tutto va in malora per un vino da 55 euro”.

Non deve essere così. L’esperienza amministrativa maturata in questi mesi può consentire a Sabella di muovere subito le leve giuste mentre un commissario paracadutato dall’alto avrebbe bisogno di tempo, e di tempo non ce n’è più. A parte il Giubileo, fra pochi giorni inizia a Roma il processo alla banda capitale dei Carminati e Buzzi. Ne sentiremo delle belle sulle collusioni tra politica, affari e crimine organizzato, e un commissario ­magistrato potrebbe fungere da contrappeso morale. Per tutti questi motivi la nomina di Sabella sarà difficile.

Spero di sbagliarmi.

Da ‘Stoccata e Fuga’, il Fatto Quotidiano 10 ottobre 2015