La definizione più schietta arriva dall’allenatore, uno che solitamente non gira intorno ai problemi: “E’ difficile immaginare il Milan in alto per quanto visto finora”. Bang. Sinisa Mihajlovic spara ad alzo zero, colpendo il cuore del problema. Quella che ha per le mani è una squadra che può puntare alla Champions League, dichiarato obiettivo stagionale? L’eco del fracasso provocato dal poker napoletano è appena iniziato. Ma è solo l’ultimo tassello di un puzzle molto più complesso che il Milan ha iniziato a comporre in un’estate (la seconda, almeno) di annunci e mirabolanti promesse non supportati dai numeri dopo sette giornate. I rossoneri hanno la seconda difesa più battuta del campionato: peggio ha fatto solo il Carpi. Quattro, le sconfitte: come gli stessi emiliani, Empoli, Udinese, Genoa e Palermo. Peccato che il Milan abbia investito ben altre cifre sul mercato. Eppure tra Inzaghi e Mihajlovic poco o nulla è cambiato, anzi alla stessa curva del campionato SuperPippo aveva addirittura fatto meglio. Copyright ancora del serbo: “Non siamo né carne né pesce“. Eccolo, il filo conduttore tra le due stagioni, la mediocrità. Una parola sconosciuta fino a qualche anno fa e diventata ora l’etichetta del club, anche nell’anno in cui tornare in Champions non può essere considerata solo una speranza ma una urgente necessità per il futuro, visto che la cessione societaria – altro aspetto irrisolto degli ultimi mesi – sarebbe ormai alle porte. Ma a prescindere da Berlusconi accompagnato o no da Mr Bee, il terzo posto resta un obbligo per la vagonata di milioni spesi in estate. E proprio da lì bisogna partire.

La croce addosso a Galliani
Il tifo rossonero ha nel mirino chi e come ha gestito il mercato estivo. Un solo uomo, insomma: Adriano Galliani. Una contestazione che parte da lontano e assume toni sempre più aspri. Domenica l’ad ha lasciato San Siro dopo il terzo gol del Napoli, mentre la curva scandiva un ironico “Grazie Galliani”. Il duo scoppiato con Jorge Mendes in seguito ai mancati acquisti di Jackson Martinez e Geoffrey Kondogbia, il corteggiamento impossibile a Ibrahimovic: sogni di alcune notti di mezz’estate che probabilmente non avrebbero cambiato la situazione. Di soldi, infatti, ne sarebbero stati comunque impegnati tanti. Ma la vera mancanza dell’uomo che ha costruito i Milan “maiuscoli” è un’altra. Non un Kakà né un Thiago Silva negli ultimi anni. Manca il guizzo a costi contenuti. E soprattutto si insiste sull’attacco, specchietto per le allodole, mentre i problemi sono altrove.

Soldi spesi male?
A fronte del trio Bacca-Luiz Adriano-Balotelli, tra difesa e centrocampo sono arrivati Romagnoli (30 milioni), Bonaventura (20) e Kucka (4). Un giovane di grandi prospettive accanto a cui agiscono il modesto Zapata e due ultratrentenni (Mexes e Alex). Forse un azzardo. In mediana ecco due giocatori di mestiere a cui manca il quid accanto. Il Milan non ce l’ha, a fronte di 90 milioni investiti. Due le opzioni: ha speso male i suoi soldi? Ha mancato l’ultimo sforzo per aggiungere il catalizzatore che avrebbe sistemato tutto?

L’ultimo tassello
Fino all’ultimo giorno di calciomercato ha inseguito un regista (Witsel) e/o un tuttofare di spessore (Soriano, per altro allenato da Mihajlovic lo scorso anno). Senza affondare il colpo decisivo. Ricostruendo la cronaca di quelle febbrili ore non si chiarisce quale sia stata la vera ragione del buco in mezzo al campo. Certo è che quando il Milan vuole (voleva?) arrivare davvero a un giocatore è difficile che non ce la faccia. Lo stop alle trattative, secondo quanto raccontato all’epoca dal Corriere della Sera, sarebbe arrivato direttamente da Berlusconi, che dopo 90 milioni investiti ha chiuso i cordoni della borsa. Se così stessero le cose, una scelta miope vista la marginalità economica dell’operazione, almeno per Soriano: l’accordo poi saltato tra Sampdoria e Napoli era stato trovato a 13 milioni. Sette in meno di Bertolacci, nove in più di Kucka, circa il 15% di quanto speso in tutta la sessione.

I soldi di Mr Bee
“Briciole” soprattutto se si pensa ai 480 milioni in entrata grazie alla cessione del 48% al tycoon thailandese Bee Taechaubol. L’accordo stretto a giugno, ribadito dal preliminare di vendita di agosto, non è ancora stato ratificato. Anzi nel corso dei mesi si sono registrati quattro slittamenti del closing. L’ultimo a fine settembre. Sull’operazione inizia ad aleggiare un’aria di scetticismo dopo strette di mano a favore di fotografi e inchini davanti agli hotel. I soldi dei finanziatori di Bee finiranno in pancia a Fininvest ma è chiaro che un accordo fatto e finito in estate avrebbe portato a condividere anche le spese di mercato, al momento invece tutte a carico della holding di famiglia. È stato forse per questo che il Milan ha rallentato nel corso della campagna acquisti? La trattativa vive di fatto una fase di stallo, anche se l’ultimo comunicato congiunto parla di soli “dettagli” da definire. E, secondo quanto riportato da La Repubblica a fine settembre, un’inchiesta della Procura di Milano partita dai diritti tv della Serie A avrebbe incrociato anche la vendita del club rossonero. Quello che doveva essere il fattore di maggiore stabilità e rilancio è diventato nelle ultime settimane un altro nodo da sciogliere.

La non-scossa di Miha
Mihajlovic ha quindi per le mani un centrocampo spoglio. De Jong è un martello, Montolivo vive più di bassi che di alti, Bertolacci-Kucka sono già stati esaminati, Honda delude sempre più. Resta Bonaventura, che sarebbe un incursore e si ritrova a fare il trequartista. Chi costruisce? Chi accende la lampadina? Dal punto di vista tattico, il serbo sarà probabilmente costretto a cambiare. Ma non è detto che basti. Restano lo scarso tasso tecnico e un’inquietante fragilità mentale che attanaglia la squadra alla minima difficoltà. A differenza di quanto (non) fatto da Inzaghi, tutti pensavano che il nuovo allenatore avrebbe saputo sviscerare i problemi grazie al suo “bastone e carota“. Invece il Milan versa nelle stesse condizioni della passata stagione. Mihajlovic parla di lavoro, allontana le dimissioni e afferma che spiegherà tutto a Berlusconi. L’obiettivo è resistere fino a gennaio e sperare in un ritorno sul mercato. Nel caso non dovessero esserci sconvolgimenti, almeno un “acquisto” Miha lo pretende. È stato chiaro: se le cose non cambiano, serve Freud.