131. ROMANZO HOOLIGAN GNOSTICO ATTRAVERSO LA SARDEGNA E IL TEMPOLeggere Uno tre uno – Viaggio hooligan gnostico sulle strade della Sardegna e del tempo, il primo romanzo di Julian Cope, è come gettarsi da un aereo in volo ma col rischio che il paracadute che si indossa non si apra o, per dirla con le parole dello scrittore Booker Prize, Dbc Pierre, è come correre accanto a uno Shakespeare strafatto di droga: in fondo, la follia di Cope – musicista visionario e musicologo, antiquario e poeta, oltreché studioso delle radici preistoriche della civiltà europea, e in particolare della Sardegna preistorica – è ben nota, e non solo perché è stato lui stesso ad autoproclamarla, nel 1984, quando si è fatto ritrarre, strafatto, sulla copertina di un suo disco, nudo e rannicchiato sotto un guscio di tartaruga mentre fissa un camioncino giocattolo.

La droga gioca una partita importante nella sua vita: ama Jim Morrison da quando aveva 14 anni, ma avrebbe voluto essere come Captain Beefheart, che una volta disse: “Non ho bisogno di droghe, io sono naturalmente psichedelico”. Purtroppo per lui, Julian Cope non lo era, ma finisce per diventare, a colpi di eroina e di acidi, un tossico schizofrenico, depresso, disperato, annoiato dalla vita.

Ma, se è vero che la schizofrenia è l’inizio di tutte le arti, di ogni fantasia, ebbene l’estro e la creatività di Julian Cope escono da tutti i pori, e l’emergenza espressiva lo spinge a scrivere questo folle racconto ambientato in Sardegna, il cui protagonista è Rock Section, un viaggiatore nel tempo che compie un viaggio di 10 mila anni per tornare sull’isola sarda e capire cosa sia realmente accaduto durante i Mondiali di Italia 90, quando arriva sull’isola per seguire l’Inghilterra (che tra l’altro incontrerà l’Italia per lo spareggio del terzo e quarto posto) e diventa vittima di un rapimento.

È un romanzo strampalato, puntiglioso nella sua devianza ma che, calato nella produzione copiana risuona come una impagabile virtù. Un racconto psichedelico che si snoda tra due differenti dimensioni del Tempo e una porta d’accesso a un’idea gnostica e mistica di quello che significa essere vivi oggi.

Signor Cope, per il suo primo romanzo ha scelto come titolo il nome di una superstrada della Sardegna, la 131 e le descrizioni che dà non lasciano scampo: cos’è che più l’ha colpita di questa isola che lei definisce “Irlanda del Mediterraneo”?
Non importa da quanto tempo guidi sulla SS131, le sorprese sono sempre all’ordine del giorno, non finiscono mai. Certo, viaggiare per le strade di un paese del Terzo mondo, o del Messico o dell’Armenia può essere anche più traumatico per la nostra sensibilità occidentale, ma questi paesi comunque non fanno parte dell’Ue, mentre la Sardegna è talmente mal servita che i suoi cittadini sono obbligati ad approfittare delle sue bellezze ogni volta che ne hanno la possibilità. La cosa che più mi ha colpito della Sardegna è il modo in cui una terra così piccola ospiti in sé almeno tre distinte visioni del mondo. Ogni estate gli abitanti di Alghero importano insegnanti catalani, per rivendicare fieramente i loro legami con Barcellona. E con le loro vignette formato poster vendute ai turisti appena scesi all’aeroporto di Fertilia, deridono il resto dell’isola, dipingendola come una terra di rozzi campagnoli. I nuoresi, con la loro posizione centrale, si ritengono depositari dell’unica visione valida del mondo. E i cagliaritani si vantano dei loro legami con la penisola. Ah, e infine tutti ritengono gli abitanti del Sulcis una massa di stupra pecore.

Da cosa le è stato ispirato “Uno tre uno”?
Il romanzo è ispirato da ogni enclave che io abbia mai visitato: la Sardegna, naturalmente, ma anche Liverpool (cattolici circondati dai protestanti d’Inghilterra), la Cornovaglia (l’antica Britannia messa all’angolo dagli anglosassoni), l’Armenia (cristiani circondati dall’Islam), il Québec (francesi circondati da anglo-scozzesi), Dublino (un centro per il commercio vichingo del nono secolo nel cuore dell’Irlanda celtica), e la Berlino Ovest della Guerra fredda (avamposto di democrazia 96 miglia dentro la cortina di ferro). Il sottotitolo del romanzo è semplicemente una descrizione degli eventi narrati, la descrizione più succinta che sia riuscito a trovare.

Canta le miserie del mondo e impietosa è la voce narrante del romanzo.
Tutto sommato credo che ce la stiamo cavando, se consideriamo che il mondo non ha ancora finito di smaltire Adolf Hitler. Ma credo sia un’ingiustizia che la Germania abbia voce in capitolo nel decidere il futuro della Grecia o di altri sventurati, quando il cosiddetto miracolo tedesco fu creato dai presidenti americani del dopoguerra allo scopo di facilitare la distruzione dell’Unione Sovietica.

E al popolo italiano cosa direbbe?
Agli italiani voglio dire questo: a voi è toccata la sventura di subire la rivelazione di seconda mano di San Paolo, alias Saulo l’esattore, l’unico apostolo a non aver MAI incontrato Gesù Cristo. Poi avete subito i papi per secoli, soffrendo orribilmente per mano di una Chiesa sempre desiderosa di distruggere con la scomunica chiunque avesse osato mettere in dubbio la sua autorità. Esempio lampante: il massacro immotivato dell’ubbidiente e fedele popolo di Cesena nel 1377. Voi italiani siete inoltre rimasti esclusi dal fondamentale scisma protestante avviato da Martin Lutero, con la conseguenza che ancora oggi, nell’era post-comunista, vi ritrovate asserviti all’autoritarismo. Tutto ciò è in netto contrasto con l’esperienza di noi punk nordici di Regno Unito, Olanda e Scandinavia. Leggete questo romanzo e scoprite quanto il barbarismo può ancora insinuarsi nella mentalità del Ventunesimo secolo. Comprate questo libro!

C’è chi l’ha paragonata a Leopardi, altri a Keats, ma soprattutto a Holderlin. Chi è in realtà Julian Cope?
Sono uno che è alla ricerca di verità, non di apparenza. Cerco la vera verità, che si trova solo nei luoghi più profondi e inaccessibili del pianeta. Nelle mie opere, mi ritengo una via di mezzo tra William Blake e l’Odino dei miti nordici, a metà strada tra la predicazione di Zarathustra e la superbia di Oliver Cromwell. Julian Cope si trova dritto in mezzo tra Thomas Carlyle e Malcolm X.

C’è un autore a cui si sente affine?
Nessuno scrive come me, perché nessuno ha avuto la fortuna di vivere le stesse, uniche esperienze che ho vissuto io in giro per il mondo.

Chi sono gli scrittori che ammira?
Il mio autore preferito è Martin Martin, un antiquario scozzese del diciottesimo secolo. Intraprese un viaggio verso l’isola di Saint Kilda navigando su un’imbarcazione talmente piccola che lui e i suoi compagni rischiarono più volte di annegare. I miei autori preferiti sono sempre quelli più intrepidi: il poeta Vachel Lindsay, che attraversò il Midwest degli Stati Uniti a piedi; Samuel Johnson, che osò affrontare un viaggio in Scozia quando aveva oltre 60 anni; T.C. Lethbridge che scivola sotto un flusso di ghiaccio per svolgere le sue ricerche per un libro sulle navi antiche.

Nel libro per Diego Maradona compie un viaggio nel tempo di migliaia di anni: ma nella vita reale qual è la cosa più pazzesca che le sia capitato di fare?
È successo in Armenia nel 2003. Lì nessuno osa pisciare in pubblico e, anche nel caldo più torrido, agli uomini non è consentito indossare calzoncini. E io ho pensato bene di fare due gocce proprio lungo l’autostrada iraniana, vicino al confine, proprio mentre passava un convoglio di dodici camion guidati da altrettanti camionisti iraniani infuriati che mi imprecavano contro. Probabilmente la cosa più stupida e più inglese che abbia mai fatto.

Su di lei è stato detto: “Sfortunatamente, sul finire del secolo Cope ha scoperto essere facile ed economico autoprodurre e distribuire i suoi album e ha cominciato a pubblicare varia musica di qualità inferiore”.
Nel 1989, il mio album My nation Underground costò in tutto £200.000. Nel 1990, Droolian fu realizzato al costo di meno di 100 sterline. Quindi non posso essere d’accordo con un’opinione così ingenerosa. Mi suona come il commento di un fan della prima ora a cui semplicemente non sono piaciute le mie recenti sperimentazioni. Richiediglielo tra 20 anni: sono sicuro che avrà cambiato idea.

Lei ha un blog che anima l’underground musicale, come giudica la situazione odierna?
Direi che la scena underground attuale abbonda di buona musica, tra la migliore di sempre. Traendo ispirazione dagli esperimenti degli anni 60 e 70 e riproponendoceli attraverso la tecnologia moderna, questi nuovi artisti ci permettono di godere di sonorità che i loro predecessori potevano solo sognare.

Qualche band che consiglia?
Per quanto riguarda l’Italia, vi consiglio di ascoltare Music to watch the clouds on a sunny day degli Inutili, band di Teramo. Le loro estese, prolungate meditazioni mi ricordano i Parson Sound. Parlando del Mediterraneo, mi piacciono molto le sonorità dei Qa’a, un complesso catalano autori di un massiccio doppio Lp, Sang, che consiglio a tutti. Per spingerci più a nord, consiglio qualunque cosa dei Hey Colossus e dei Bong, entrambi fautori di eccellenti, allucinanti cavalcate post-metal.