Papa Francesco apre la 70ma Assemblea Generale dell'Onu

Quando la voce tonante del “marshall” del Congresso americano ha annunciato “the Pope of the Holy See”, nell’aula del Campidoglio di Washington che ospitava i deputati, i senatori, i giudici della Corte Suprema e i vertici militari del Paese, c’era benevola attesa, e un lieve, diffuso imbarazzo. L’ho sentito dire dai commentatori americani e mi è sembrato di percepirlo da spettatore che conosce il rito. Piccoli schiarimenti di voce, e una sedia o due che si muovono. Poi il silenzio teso, che non è tipico delle assemblee politiche. Salvo gli applausi, brevi e intensi ma raramente comuni a tutti, e le ovazioni (sette) non tutte unanimi. Ma il silenzio è stato il vero tributo.

Quest’uomo ha qualcosa da dire e bisogna ascoltarlo. C’era una sfida implicita nell’evento. Nessun Papa ha mai parlato al Congresso degli Stati Uniti, e benché introdotto come un capo di Stato, ci si aspettava che la sua sarebbe stata una omelia ricca di apprezzamenti, di ammonimenti, di incitamenti a sperare, insomma la religione. Francesco invece ha parlato, col passo un poco rallentato dalla lingua estranea e la voce appena sotto tono, in un luogo di voci stentoree. E con le sue parole ben misurate e senza un solo inciampo o ripetizione, ha presentato al Congresso americano lo stato del mondo. Il suo è stato un grande discorso politico. E chi, fra i commentatori americani, ha provato a usare l’argomento come rimprovero, si è trovato isolato. Il silenzio, gli applausi quasi mai unanimi ma forti, le ovazioni non al Papa ma al leader che sta attraversando un’epoca e il mondo, il pianto commosso e impossibile da nascondere dello speaker della Camera Boehner (cattolico, ma capo di una destra rigida da cui, dopo aver ascoltato Francesco, ha deciso di dimettersi) quando ha accompagnato il Papa per il saluto alla folla hanno confermato la cosa strana e mai accaduta: chi ascoltava, da un luogo privilegiato e potente, si è accorto di essersi spostato a un livello più alto non perché religioso, ma perché ti mostra l’intero orizzonte di un’epoca e ti chiede di scegliere. Bello il titolo del New York Times del 25 settembre: “Il Papa chiama ad agire”, che dato il luogo, la sede e i protagonisti, mostra la qualità straordinaria dell’evento.

Il discorso di Francesco è grande perché rovescia il discorso politico. Invece di annunciare, raccoglie la voce di chi non ha la voce. Invece di accusare spiega che ciascuno di noi è il nemico nel momento in cui diventa spietato e crudele credendo di rimettere in ordine la civiltà. Invece di decidere che cosa è bene o male, indica dei percorsi, e li segue insieme a chi lo ascolta. Nomina Lincoln, che è la libertà, Martin Luther King, che è il grande protagonista della nonviolenza ma anche del non rassegnarsi, Dorothy Day, la donna oggi ignorata da tanti americani, iniziatrice del Movimento dei Lavoratori Cattolici per organizzare la difesa del lavoro anche quando lo sfruttatore del lavoro era la Chiesa cattolica. E Thomas Merton che crea, nel discorso del Papa, due legami, con il mondo della cultura che lo ha sempre riconosciuto come un grande, e con quello del monachesimo contemplativo.

Bello il suo elenco dei fondamentalismi da cui stare lontani, quello religioso, che non è solo islamico ma anche cristiano, anche cattolico, e quello del capitalismo, quando vuole trasformare l’impresa in santuario, invece che riconoscere il luogo del rispettato lavoro insieme. Importante, e d’ora in poi dottrina della Chiesa, la condanna del più malvagio degli espedienti del potere: trasformare in nemico interno chi si oppone e non sta al gioco.

Il rifiuto della pena di morte giunge inaspettata e a metà di un applauso di chi credeva che finalmente il Papa stesse per parlare di aborto. Invece, in nome della sacralità della vita umana, ha chiesto all’America di abolire subito e per sempre la pena di morte. Ha voluto che la sua voce portasse forza e risonanza mondiale a quella di chi, da decenni (i Radicali italiani) ha iniziato e non ha mai smesso una campagna di liberazione dal boia che continua anche adesso all’Onu. La condanna delle armi che portano morte e si producono e si vendono con grandi profitti, detto in quel punto e in quel modo del suo discorso, ha affrontato un ostacolo molto grande che tormenta la democrazia americana, e a cui solo un leader come Obama ha il coraggio di opporsi. L’altro, il tentativo di respingere l’immigrazione, lo ha affrontato allargando le braccia, lo strano uomo in bianco in quella grande aula del potere per dire: “Io sono un emigrante. Sono nato da italiani sbarcati in Sudamerica. Voi tutti, in quest’aula siete emigranti, anche se di diverse generazioni. Come possiamo decidere chi non entra, chi lasciamo morire?”. Papa Francesco aveva di fronte un Congresso ammirato, disorientato, incerto tra l’ovazione e il dissenso. Ma anche stupito. Quel suo sguardo sul mondo era… è più grande della politica.

Il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2015