“Venti anni fa quello che è successo a me avrebbe stroncato qualsiasi tipo di sogno o ambizione, o quasi. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, è tutto diverso”. Lui è Matteo Di Giovanni, classe 1980, fotografo che dal 2013 vive con una protesi alla gamba a causa di un incidente occorso nel 2011, mentre stava lavorando ad un progetto fotografico sulla guerra in ex Jugoslavia. All’epoca era impegnato per una Ong tedesca che gli aveva permesso di lavorare in maniera costante sul territorio anche se con i Balcani, Matteo aveva un rapporto molto stretto.

In quell’anno infatti stava svolgendo un Master alla University of Westminster di Londra ed aveva colto l’occasione per presentare il suo progetto finale sulla spinosa questione dell’identità nazionale bosniaca a vent’anni dalla guerra in ex Jugoslavia. “Un argomento su cui stavo lavorando già da tempo – racconta Matteo– poi in estate, sulla strada del ritorno, ho avuto l’incidente”. Mesi di coma poi il risveglio, il difficoltoso recupero, la presa di coscienza con quello che era successo, delle operazioni subite e dell’amputazione della gamba sinistra. Non era facile ma almeno era vivo.

E superato lo stadio iniziale di smarrimento, Matteo è tornato pian piano alla quotidianità. “Al momento del risveglio non mi ero reso assolutamente conto della gravità della cosa e così è stato per un po’ di tempo. Solo una volta fuori dall’ospedale mi sono reso conto di quanto è stato potente il nuovo impatto col mondo esterno. Tutta un’altra storia”. La gamba era stata sostituita con una protesi e Matteo aveva dedicato molto tempo a imparare di nuovo a camminare. “La ricerca biotecnologica aiuta ma serve tempo affinché un corpo, una persona, si abitui a qualcosa di estraneo”.

Un percorso lungo che però non gli ha mai impedito di mettere da parte la sua professione, la sua vita e la sue passioni. “Che non volevo mollare l’ho pensato praticamente subito, anche quando non ero perfettamente cosciente di cosa avrebbe significato intraprendere un percorso riabilitativo così intenso. Poi ovviamente ci sono alti e bassi, momenti in cui senti che stai procedendo bene verso il recupero, poi arrivano ricadute che ti demoralizzano. Tendenzialmente ho sempre pensato che alla fine ce l’avrei fatta a ricostruirmi il mio mondo. Penso che spesso sia tutto merito del cervello: il mio non hai mai accettato che un ventenne scalmanato possa mettere fine ai sogni di una vita“.

E i tra i sogni di Matteo, c’è quello di portare avanti la sua professione di fotografo. Tant’è che ha pensato di condividere e inserire il suo nuovo progetto, “Reaching the Cape”, su Kickstarter, avviando una campagna di crowdfunding per riuscire a realizzarlo. “Reaching the Cape” è un viaggio dall’Italia a Capo Nord, un’avventura on the road per dimostrare come le nuove biotecnologie possano cambiare le prospettive di una persona con una disabilità. “La disabilità ti fa vedere la vita in modo diverso e cose fino a quel momento banali cominciano a diventare molto più importanti.

“Vent’anni fa sarebbe stato tutto diverso ma da quando l’elettronica è entrata all’interno della protesica ha cambiato radicalmente tutto. E nei prossimi anni si apriranno scenari ancora più incoraggianti. È banale dirlo, ma tutta la tecnologia del mondo non può aiutarti se tu una cosa non la vuoi veramente. E qui entrano in gioco le ambizioni, i sogni, la volontà, la forza d’animo”. Per realizzare il suo sogno (e il suo viaggio) Matteo ha bisogno del sostegno di tutti. “Noi spesso interpretiamo una campagna crowdfunding come una mera colletta, una raccolta fondi stile ‘domenica in parrocchia’. In realtà è qualcosa di molto diverso: della gente, che spesso non ti conosce, ‘investe’ nella tua idea perché è interessata a quello che hai prodotto o che vorresti produrre.

Il crowdfunding però, prima di tutto, è un modo per creare una comunità che vuole che quello che tu hai in mente prenda forma. Gente che investe su di te e ti segue nel percorso: è questo il motivo per cui ho scelto Kickstarter. Essendo un viaggio, che al suo interno racchiude tante tematiche, vorrei che a sostenerlo fosse una comunità ampia e trasversale”. “Reaching the Cape”, quindi “sarà un viaggio estremamente lento – aggiunge Matteo – dove verranno evitate le grandi città e le autostrade e si viaggerà per i piccoli centri e per le strade secondarie.

È sempre stato il mio modo di viaggiare e ora che vado piano anche io lo è ancora di più”. Un viaggio che Matteo farà insieme all’amico svedese Lucas Pernin e che però ha un significato ancora più profondo. “Prima di tutto vuole essere una riconquista dello spazio e del movimento; due aspetti che ad un certo punto della mia vita pensavo aver perso per sempre. Allo stesso tempo è un viaggio in cui giocheranno un ruolo fondamentale gli incontri e lo stare fisicamente a casa della gente. A livello narrativo quello che verrà fuori sarà un insieme di ritratti e landscape, che saranno allo stesso tempo il risultato di un viaggio fisico e un viaggio interiore, ma sarà anche documentario: attraverseremo via terra l’Europa in un momento molto delicato e sicuramente ci sarà l’occasione di seguire storie molto interessanti e attuali”.