Con un entourage faraonico al seguito, Xi Jinping sbarca a Seattle, prima tappa dell’annunciatissimo tour ufficiale statunitense che si concluderà il 28 settembre a New York, quando presenzierà all’Assemblea Generale dell’Onu. Nei sei giorni della sua visita di Stato, il presidente cinese si sorbirà un fuoco di fila di incontri sia politici sia economici con il gotha dell’establishment Usa: starà per due giorni in compagnia di Barack Obama (24-25 settembre), in un summit al vertice che si dovrebbe concludere con un conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca; ma prima del presidente, ci saranno Bill Gates e – numero uno in ordine temporale – l’immortale Henry Kissinger.

Sul piatto c’è un’infinità di temi e ciò fa pensare che si abbozzerà molto e si risolverà poco: dal cyberspionaggio al protezionismo economico, passando per le tensioni nei mari che circondano la Cina, per la campagna anticorruzione e i diritti umani. Più in generale, la Cina cerca di far digerire agli Usa il cosiddetto “nuovo modello di relazioni tra grandi potenze” – cioè un rapporto paritario – mentre gli americani non vogliono rinunciare al proprio “eccezionalismo” – il diritto a essere coscienza morale del pianeta e gendarmi globali – ma al di là delle formule, è nelle piccole grandi trasformazioni quotidiane che si vanno ridefinendo i rapporti di forza tra prima e seconda economia del mondo.

Sul piano geopolitico, immagini satellitari di fonte Usa hanno rivelato la settimana scorsa che Pechino starebbe costruendo una terza pista di decollo/atterraggio nelle contese Isole Spratly. Secondo gli esperti, queste strutture servono alla Cina per rompere la morsa degli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale, considerato fondamentale per gli approvvigionamenti energetici e la sicurezza. Non è mistero che Pechino ritenga quell’area “mare nostrum” e la presenza statunitense un abuso semi-coloniale, mentre Washington sventola la bandiera della sicurezza per i vicini della Cina nel giustificare il libero girovagare delle proprie forze aeronavali da quelle parti. Improbabile che si giunga a qualche accordo storico.

A gennaio ci saranno poi le elezioni presidenziali a Taiwan e il Partito democratico progressivo, favorevole all’indipendenza anche formale dalla Cina, è dato per vincente. Il governo cinese ha già comunicato che Xi Jinping solleverà la questione nei suoi colloqui con Barack Obama: che posizione assumerete se Taipei dovesse rinnegare il principio di “una sola Cina”?

L’economia appare tema ben più appassionante per entrambi i contendenti, con Xi che si è portato appresso quindici dei principali tycoon cinesi – da Jack Ma di Alibaba a Jiang Jianqing della Industrial and Commercial Bank of China – per incontrare altrettanti omologhi Usa. Mentre il presidente cinese cercherà di tranquillizzare la controparte sul rallentamento dell’economia del proprio Paese, tornerà sicuramente sul piatto la questione del Trattato Bilaterale di Investimento (BIT), un tormentone che si trascina da sette anni per un accordo che dovrebbe aprire le due economie ai capitali della controparte in misura maggiore di oggi.

A giugno, dopo un incontro tra delegazioni, i cinesi avevano annunciato che al trattato sarebbe stata data massima priorità durante la visita di Xi e annunci significativi potrebbero quindi aggiungere pepe al summit: negli Usa, i soldi cinesi sono ambiti, mentre la Cina cerca di rilanciare la propria economia anche con nuovi investimenti occidentali – come negli anni Ottanta – ma soprattutto con quel travaso di tecnologia che consentirebbe il salto di qualità.

Restano le diffidenze reciproche, acuite dall’ultimo caso di attacco informatico ai danni di Apple, con il malware XcodeGhost che ha “bucato” lo Store online della Mela. Quello dei malevoli hacker e del cyberspionaggio è proprio uno dei problemi sul tavolo, con aspetti sia politici sia commerciali. Nei giorni scorsi, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Susan Rice, e il capo della sicurezza cinese, Meng Jianzhu, si sono incontrati per disinnescare proprio questo tema. Secondo la stampa cinese, Meng avrebbe dichiarato che la Cina punirà chiunque, agendo dall’interno dei suoi confini, rubi segreti commerciali e attui cyberattacchi, ma è probabile che il “consenso”  tra i due Paesi, sbandierato dai media di Pechino, sia più che altro un atto formale per stemperare gli animi.

C’è poi da valutare eventuali passi avanti sull’ambiente, dopo lo storico accordo al summit Apec di novembre 2014, quando sia Cina sia Usa si impegnarono a ridurre il proprio impatto con numeri e scadenze. Nei giorni scorsi, a seguito di un vertice tenutosi a Los Angeles, Pechino e altre 10 città cinesi hanno accettato di raggiungere il picco delle proprie emissioni di gas serra già nel 2020 – un decennio prima del target precedente – mentre Seattle, una dozzina di altre aree metropolitane Usa e l’intero Stato della California si impegnano a diventare “carbon neutral” entro il 2050, con tagli dell’80% sulle proprie emissioni. Eventuali novità diffonderebbero ottimismo in vista della conferenza Onu sul clima prevista per novembre, a Parigi.

Infine il tema dei diritti umani che, curiosamente, si interseca con la campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping fin dall’inizio del suo mandato. Come di consueto, gruppi di attivisti e dissidenti cinesi riparati negli Usa hanno esortato Obama a sollevare il tema della progressiva riduzione dei diritti civili in corso oltre Muraglia, ma il tema è scivoloso perché Pechino non ha mai accettato di farsi impartire lezioni dal Paese di Guantanamo e delle “guerre umanitarie”. Da parte sua, la Cina insiste con Washington affinché rispedisca al mittente i funzionari corrotti che sono sbarcati in terra Usa con famiglie al seguito e portafoglio gonfio, ma non esiste un trattato di estradizione tra i due Paesi; né lo si intravede all’orizzonte, proprio a causa delle “diverse opinioni” sul tema dei diritti umani.

di Gabriele Battaglia