Comunque vada nessun partito avrà molto da festeggiare, visto e considerato che in Grecia a guidare la macchina dello Stato sarà – pena una nuova crisi – il memorandum appena siglato da Tsipras con la troika e certamente non i programmi elettorali dei due maggiori partiti. Syriza e Nea Dimokratia chiedono a poco meno di dieci milioni di greci di presentarsi ancora una volta alle urne, ma senza un valido motivo, almeno a sentire il 20% di astensionisti che non dovrebbero recarsi oggi in cabina elettorale.

In un clima di sostanziale disinteresse internazionale, rispetto ai quasi mille giornalisti accreditati la scorsa volta, entrambi gli schieramenti presentano sondaggi che li danno vincenti. Se da un lato Tsipras sconta una certa freddezza da parte dei media di casa, dall’altro il conservatore Meimarakis gioca la carta delle larghe intese già siglate con centristi e socialisti, prontissimi ad un governo di unità nazionale da contrapporre all’integralismo di Syriza, che con la vecchia classe dirigente ellenica proprio non vuole avere nulla a che fare. Ma ieri, nel giorno del silenzio, tutti i leader hanno scelto la stessa tattica di comunicazione: aperitivo con ouzo greco con fedelissimi e giornalisti stranieri per stemperare la tensione e staccare la spina per qualche ora. Per cui l’attenzione si sposta su chi dovrà badare ad allearsi con i vincitori.

Gli scissionisti di Unità Popolare, costola prodracma che ha abbandonato la “Pangea Syriza” con 25 deputati, ripetono lo stesso ritornello che ha portato Tsipras al governo: no alla dittatura eurotedesca dell’Europa e dell’Euro. E annunciano un’alleanza, entro l’anno, con gli integralisti comunisti del Kke, sostenitori di una Grecia fuori dall’Ue e dalla Nato. Il leader, l’ex ministro dell’energia Lafazanis, presentando il programma di Laikì Enothita, chiede l’annullamento di tutte le misure del memorandum, lo stop al rimborso del debito e la sua cancellazione, sostenendo invece salari e pensioni, con una forbice di esentasse sotto i 12.000 euro. Ma non sarà al governo con nessuno degli schieramenti in campo, anche perché è accreditato appena del 3%.

Chi non ci pensa proprio a partecipare ad un ennesimo governo “contro gli interessi nazionali” è il partito dell’ultra destra di Alba dorata, che forte dei sondaggi che lo danno al terzo posto con il 7% anche per via del caos immigrazione – che in Grecia è fuori controllo – punta ad una valorizzazione delle produzioni interne. “Lasciamo perdere provocazioni e simboli – chiedono nell’ultimo comizio – noi siamo per sostenere i prodotti greci che in questo momento non ci sono perché il Paese importa l’80% del fabbisogno. Chi ha permesso questo scenario contro gli interessi nazionali?”.

Poche ore prima il leader Nikolaos Mikalioliakos si era assunto la responsabilità politica dell’omicidio del rapper di sinistra Pavlos Fyssas, accoltellato nel settembre di due anni fa da alcuni militanti di Alba Dorata. All’episodio erano seguiti gli arresti in pompa magna dell’intero gruppo parlamentare accusato anche di ricettazione e lesioni, mentre per tutta risposta pochi giorni dopo vennero uccisi due militanti di Alba dorata dinanzi alla sede ateniese del partiti da un commando armato a bordo di una moto.

In Europa però i leader sono concentrati su altro, più che sulle percentuali dei partiti. Persino il numero uno della Bce, Mario Draghi, lo ha ripetuto ancora una volta ieri: la Grecia deve attuare la riforma del sistema pensionistico per garantire che in futuro si potranno pagare interamente le pensioni. Per cui, al netto di come andrà lo spoglio, la strada che Atene dovrà imboccare è già segnata. Sempre che nessuno voglia realmente un Grexit.

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