Trastevere

C’è un interessante dibattito in Senato che misura quanto è distante la casta dal mondo reale: si discute di quanti giorni festivi devono rimanere chiusi i negozi. La Camera ha approvato le nuove regole a fine 2014: le attività commerciali devono rimanere chiuse almeno per 12 giorni festivi all’anno. Il divieto vale anche per i Comuni turistici (guai a pensare di tenere tutto aperto nei luoghi di mare a Ferragosto). Ma si possono fare eccezioni fino a 6 giorni, da negoziare con il Comune.

In un trionfo di burocrazia all’italiana, le nuove norme che cancellano la liberalizzazione voluta dal governo Monti si applicano solo ad alcune categorie di prodotti: “Abbigliamento e accessori, calzature, gioiellerie, articoli casa, telefonie, profumerie e servizi alla persona”. Non vale invece per: “arredo, libri, elettronica di consumo e bricolage e attività di somministrazione di alimenti e bevande”. Perché? Boh.

I senatori, come ha scritto la Stampa, fanno a gara a proporre emendamenti che riducono ancor di più le aperture festive. Come se in Italia ci fosse bisogno di mettere altre limitazioni alle imprese. C’è un punto delicato: i diritti dei lavoratori che non devono essere obbligati a lavorare nei festivi (lo ha stabilito anche la Corte di Cassazione, ma d’altra parte la Corte Costituzionale ha detto che la liberalizzazione è lecita). E non è affatto detto che il lavoro nei festivi crei nuovi posti di lavoro, almeno, i sostenitori di questa tesi non sono riusciti a dimostrarla.

Le associazioni di categoria sentite in Senato, come Confimprese, sostengono che le sei giornate festive più ricche dell’anno valgono il 4 per cento del fatturato annuale, 8 milioni medi ad azienda. Numeri di cui è difficile verificare l’attendibilità.

Ma il punto non è quanto fatturato si perde. Il punto è che idea ha la politica della società che dovrebbe governare. I nostri senatori forse non se ne sono accorti, ma stiamo andando verso un mondo di freelance, di lavoratori a cottimo, senza orario, senza tutele, ma anche senza barriere. La tecnologia ha distrutto le rigidità, Amazon sta uccidendo i negozi tradizionali: offre servizi migliori, prezzi spesso più bassi, un’offerta che nessun supermercato può vantare. E i nuovi lavori – o le nuove versioni di vecchi lavori – non hanno giorni festivi, maternità, malattie.

E’ chiaro che la politica non riesce a contrastare queste evoluzioni. I giudici possono aver bloccato UberPop in Italia, la possibilità di comuni cittadini di diventare autisti pagati in città. Ma non possono fermare la tecnologia. Il car sharing di Blablacar, per esempio, continua a crescere. Gli ordini professionali – incluso quello dei giornalisti – difendono le loro prerogative, ma non riescono più a fermare l’esercizio di professioni un tempo regolamentate anche da parte di chi non ha i giusti titoli. Chiudere i negozi nei giorni festivi serve solo a renderli ancora meno competitivi, ad accelerare la loro scomparsa. Presto i commessi dovranno cercare lavoro come fattorini, per consegnare i pacchi di Amazon.

Se i senatori fossero anche solo vagamente consapevoli del tipo di mondo che hanno intorno, dovrebbero lavorare per tenerli aperti il più possibile, garantendo tutele adeguate ai lavoratori (per esempio imponendo un aumento di organico, anche flessibile, in caso di aumento di orario di apertura). Forse non lo sanno, ma ci sono anche tanti lavoratori che sono costretti a fare orari diversi da quello tradizionale 8-16, che devono prendersi un giorno libero per fare la spesa, che non possono lasciare la scrivania quando ne avrebbero bisogno. La super-flessibilità impone nuove rigidità. Chiudere i negozi serve solo a complicare la vita di chi già ce l’ha parecchio complicata.

Aneddoto personale: domenica sera ero a Mestre, per un dibattito nell’ambito del Festival della Politica. Centinaia di persone in giro per il centro della cittadina, tutti i negozi del centro erano chiusi, i bar facevano a gara per abbassare le saracinesche, le librerie non hanno pensato che, avendo la città piena di dibattiti tenuti da gente che scrive libri, poteva essere utile rimanere aperte fino a mezzanotte. Forse non hanno bisogno di quegli incassi aggiuntivi che la presenza della manifestazione avrebbe garantito. Ma non c’è davvero ragione di penalizzare i loro potenziali concorrenti che, meno appagati e più competitivi, potrebbero decidere di conquistare clienti usando la flessibilità dell’orario.