mataleòn_prospettiva_di_un_idea_coverEsiste qualcuno in grado di poter negare che oggi il rock sia un pezzo da museo? Certo, i grandi gruppi dediti al genere non mancano, ma è impossibile non avere un affranto senso di déjà vu ascoltando certi dischi. Quel che però il rock lo mantiene vivo è la passione, questa sì che non tramonterà mai. E band come i lombardi Mataleòn cercano di alimentarne il fuoco sacro, senza tuttavia apportare nulla in grado di rinnovarlo, reinterpretando un sentimento che è duro a morire. Nonostante la chiara matrice metal svelata dai riffoni di chitarra distorta, che non è niente di inedito, lo hanno usato praticamente tutti (dai Dream Theater ai Metallica, ai Symphony X, fino ai Porcupine Tree) sembra vogliano strizzare l’occhio a un mercato meno di nicchia, con ritornelli abbastanza orecchiabili, quasi pop, gli assoli di chitarra radiofonicamente brevi nonostante il genere, il testo in italiano, la progressione armonica e le ritmiche molto semplici e familiari. Il loro Ep d’esordio intitolato Prospettiva di un’idea è un disco di stampo alternative/rock cantato in italiano, anche se – spiegano i membri della band – “prendiamo spunto da ogni genere, poiché ognuno di noi arriva da ‘mondi’ musicali molto diversi tra loro”. Ognuno dei componenti infatti ha una propria “vena sonora” e una prospettiva diversa nel suonare la canzone che si scrive. “Se ci si focalizza nell’ascoltare una stessa parte della canzone – dichiarano – si può notare questa sfaccettatura. Il cantato è molto spesso malinconico e arrabbiato, le parti di chitarra sono molto blues e passionali, il basso è molto ritmato e incollato alla cassa, tipico dei gruppi ai quali è legato, la batteria è energica e molto compatta, incisiva, moderna ma con quel retrogusto di passato che non guasta mai. Noi crediamo che per fare buona musica, per quello che è la nostra esperienza, serva molta passione, voglia di mettersi in discussione, il confronto e la continua ricerca”.

Ragazzi mi raccontate qual è la genesi della vostra band?
La band nasce nel maggio 2012 con l’uscita del singolo Fuoco nella testa. Il brano è stato registrato e co-prodotto da Olly Riva (The Fire, Shandon, Rezophonic) al Rocker Studio di Sesto San Giovanni (MI). Dopo alcuni concerti e una pausa dovuta al cambio di line up, abbiamo deciso di iniziare il lavoro di scrittura dell’Ep e nel gennaio 2015 ci siamo chiusi in studio di registrazione.

Che atmosfera si respirava durante le registrazioni?
Un’atmosfera particolare, molto carica di aspettative. C’era molta tensione per via del poco tempo a disposizione, eravamo consapevoli di non poter permetterci sbagli, ma allo stesso tempo eravamo carichi di concentrazione e gioia per quello che facevamo.

Da cosa deriva il nome Mataleòn?
È un nome che prima di tutto non ha appartenenza a una lingua o nazione in particolare, quindi ci permette di essere italiani senza però rinunciare all’internazionalità. Deriva da uno sport che in Italia è poco conosciuto ma all’estero è radicato da più di cento anni. È uno sport duro ma allo stesso tempo strategico e di rispetto verso l’avversario. Noi siamo la stessa cosa, un gruppo emergente che porta nel nostro paese sonorità estere mantenendo la nostra lingua madre. Siamo un po’ come quei lottatori che rimangono in Italia in nome del proprio paese invece di andare in Brasile o altri paesi per essere solo un numero. Pensiamo che in Italia ci siano tante band e musicisti validi che meriterebbero molta più visibilità di quella che raccolgono.

Mi parlate di questo vostro disco d’esordio?
La stesura delle canzoni nasce prevalentemente in sala prove. Siamo un gruppo che prova molto e dà molto spazio alla fase di jam session nella quale si gettano le basi per i riff che caratterizzeranno le nostre canzoni. Un altro aspetto che non tralasciamo mai è quello di registrarci sempre e poi riascoltare le prove a casa o in macchina in modo da poterci confrontare e non buttare via mai nulla di quello che suoniamo. Traiamo ispirazione dalle nostre passioni nello scrivere le canzoni. Non siamo sicuramente una band che si fa portavoce di slogan politici o si sente in dovere di fare la morale a qualcuno. Proviamo a raccontare sicuramente una storia, uno stato d’animo personale, descrivere un’immagine con le parole in modo che ogni ascoltatore possa immedesimarsi come meglio crede e creare appunto la propria “prospettiva”.

I testi come nascono e quali storie raccontano?
Atari nasce quasi per caso, ispirata da una foto vista su Facebook e intitolata “le nuove prigioni”: al giorno d’oggi molte persone sono “intrappolate” in questi social network creandosi una vita parallela che è molto diversa da quella reale e non ne riescono a uscire. Da qui la voglia di mettere in musica questa storia. Ozymandias è un omaggio all’omonimo sonetto del poeta inglese Percy Bysshe Shelley, nel quale viene raccontata la caduta del re dei re Ramesse il Grande. In questo sonetto si racconta che per quanto siano grandi le gesta e le opere di un uomo, il tempo cancella lentamente tutto quanto. Per questa canzone ci siamo anche ispirati alla serie televisiva Breaking Bad alla quale siamo molto appassionati. Ozymandias è stata una delle puntate più appassionanti di questa serie. Il foglio bianco racconta la voglia di riscrivere la propria vita dopo un avvenimento doloroso. In questa canzone si può notare la malinconia delle strofe e la rabbia dei ritornelli. Un equilibrio molto bello e incisivo. Dove sei adesso? ha un testo che si sviluppa come una partita a scacchi tra se stessi e la “Verità”. Quest’ultimo aspetto può coinvolgere anche l’aspetto etico, essendo collegato con l’esigenza di onestà intellettuale, buona fede e sincerità. Vorrei racconta la storia tra due persone che si perdono di vista ma non sanno se vale la pena di perdersi di vista o sentire il bisogno di sentirsi soli per ritrovare se stessi. Questa sensazione nella canzone viene raccontata con l’immagine di due mani che si sfiorano ma non si stringono.
Fuoco nella testa è la bonus track dell’ep in quanto era stata registrata nel 2012 sempre da Olly Riva. Nella canzone viene descritta una sfaccettatura che molte persone hanno, ovvero il portare una maschera per fingere di essere qualcuno che in realtà non si è nella vita quotidiana per “ripararsi” da un qualcosa che è successo in passato nascondendo le proprie debolezze. Un po’ come un albero che quando è pieno di foglie nasconde le proprie ferite tra i rami.

Quali sono le ambizioni legate a questo disco?
Durante la stesura delle canzoni in sala prove eravamo consapevoli del loro potenziale. Ci abbiamo lavorato tanto e in ognuno di essa c’è un pezzo di noi. In questi anni abbiamo studiato molto ognuno il proprio strumento e siamo cresciuti insieme lavorando sui nostri stili per fonderli insieme. Siamo rimasti sorpresi però dalla risposta che la gente che non conoscevamo ha avuto nell’ascoltare il nostro lavoro. Le recensioni sono state tutte molto positive e il poter raccontare il nostro progetto durante le interviste in radio è stato davvero molto bello per noi. Il culmine della felicità per ora è stato il poter aprire i concerti dei Bluvertigo ed Eugenio Finardi al Brianza Rock Festival 2015 tenutosi all’Autodromo di Monza il 12 giugno. Il magnifico palco, il volume dei nostri strumenti, la location, l’aver suonato al fianco dei grandi professionisti è stato per noi un momento di felicità indescrivibile. Essendo un gruppo emergente eravamo ovviamente un po’ emozionati, ma rotto il ghiaccio con la prima canzone eravamo in discesa. Ci siamo goduti ogni singolo secondo su quel palco e non volevamo più scendere. Siamo certi che non sarà l’ultimo grande palco sul quale suoneremo. Siamo davvero una band molto affiatata che ha una gran voglia di emergere. La passione ci spingerà sempre in avanti.