I voli di Stato sono necessari, non è in dubbio. E i tagli di spesa – pudicamente definiti spending review – pure, o almeno così dicono quelli di Bruxelles e ripete ligio al dovere il governo. Tra le due cose rischia di crearsi però uno strano cortocircuito: a quanto risulta al Fatto Quotidiano, infatti, Palazzo Chigi sta prendendo in leasing un nuovo aereo che si aggiungerà alla flotta con cui il 31° Stormo dell’Aeronautica garantisce il Trasporto di Stato. Non si tratta, peraltro, di un piccolo mezzo, ma del nuovo “Air Force One” della Repubblica, il velivolo più grande di tutto il mazzo: la sua caratteristica sarà quella di poter effettuare voli “a raggio ultra-lungo” (superiori alle 12 ore) senza effettuare scali, com’è costretto a fare l’Airbus A319, ad oggi l’ammiraglia di Matteo Renzi e soci. Questo restringe il campo a pochi “giganti” dell’aria: gli Airbus 330, 340 e 380, i Boeing 747 e 777.

Un caso di “invidia dell’ala” (e dipendenza da Twitter)
Il nostro presidente del Consiglio, d’altronde, ormai ha girato il mondo e ha visto quali aerei sono in dotazione agli altri capi di Stato e di governo: diciamo che ha cominciato a soffrire di una sorta di “invidia dell’ala” rispetto a colleghi tipo Merkel e Obama. E non è mica solo una questione di grandezza: anche gli standard delle dotazioni all’interno hanno spinto Renzi a prendersi un nuovo mezzo. Intanto ci sarà una sala riunioni con tanto di wi-fi invece del singolo telefono vocale che è la sua unica via di comunicazione sugli Airbus A319: così, perfino mentre vola dall’altra parte del mondo, il premier potrà lavorare, stare in contatto col suo staff e, già che c’è, buttare lì un tweet.

Il nuovo aereo, a quanto risulta al Fatto, debutterà nella seconda metà di ottobre in un viaggio in via di definizione verso il Sudamerica. Purtroppo però, visti i ritardi nella stipula del contratto di leasing, per quella data l’aereo non potrà essere ancora accessoriato secondo le disposizioni di Renzi. Per ora, insomma, ci si accontenterà dell’assetto “di linea”, poi si faranno gli aggiustamenti necessari a un più comodo e produttivo viaggiare: wi-fi e sala riunioni, ovviamente, e la zona relax per i passeggeri di rango, forse un’infermeria (la Merkel, dicono, ne ha quattro, mentre sull’Air Force One di Obama c’è persino una sala operatoria).

Un milione a settimana e senza alcuna trasparenza

Anche se recentemente Renzi ha fatto avanti e indietro dal Giappone senza patemi, si può dire senz’altro che la nostra flotta non sia di primo pelo: 3 Airbus 319 e 5 Falcon comprati tra gli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Ovviamente adeguare, come dicono pudicamente a Palazzo Chigi, gli standard dei nostri “voli blu” a quelli degli altri capi di governo non è senza costo: in attesa della pubblicazione dei contratti, a dare un’occhiata ai prezzi di mercato si va all’ingrosso da 400mila euro a un milione a settimana per il leasing di mezzi di questo genere (più i lavori all’interno). All’anno fa una cifra tra i 20 e i 50 milioni di euro, a seconda del mezzo e dei servizi chiesti. Questo bizzarro modo di “esternalizzare” il servizio dei “voli blu” consente a Renzi di evitare le complicate (e trasparenti) procedure di acquisto di nuovi aerei con infinite riunioni coi ministeri e persino col Quirinale. E infatti, quando a luglio cominciammo a occuparci della cosa, Palazzo Chigi poté smentire: “Non abbiamo ordinato alcun aereo”. Infatti l’hanno preso in leasing.

Avrà ragione Renzi, come al solito, ma va ricordato che Enrico Letta non pensava di aver bisogno di aerei più grandi e meglio equipaggiati, anzi voleva vendere pure quelli che c’erano: la dismissione fu annunciata ad agosto 2013 e prevedeva la vendita di un A319 e due Falcon. Il ricavato, stimato in 50 milioni, doveva andare alla flotta anti-incendio della Protezione Civile: quegli aerei, però, non li hanno venduti, anzi sono ancora in funzione e ci resteranno per le tratte più brevi.

Evidentemente un governo così veloce ha bisogno di mezzi di trasporto rapido: non è un caso che le ore totali di utilizzo dei “voli blu” siano tornate con Renzi, dopo il dimezzamento registrato con Monti e Letta, ai fasti di Silvio Berlusconi e della sua corte volante. E la spending review? È una barzelletta, come ha detto lui a Cernobbio. Certo non parlava della sanità

dal Fatto Quotidiano di sabato 12 settembre 2015