In Islanda (letteralmente, e non per caso, “Terra dei ghiacci”) il campionato dura solo cinque mesi, perché nel resto dell’anno fa troppo freddo (anche -30 gradi d’inverno) per giocare a pallone. La superficie del Paese è di appena 100 chilometri quadrati, di cui più del 10% ricoperti da ghiacci perenni. Una terra inospitale per il calcio, e in fondo anche per la vita, come dimostra la popolazione di appena 300mila abitanti (oltre la metà concentrata nella capitale Reykjavik). Eppure quest’isola, situata 900 chilometri a nord della Gran Bretagna, il prossimo giugno diventerà la più piccola nazionale di sempre ad essersi qualificata ad un Europeo. Grazie ad un progetto finanziato dallo Stato, con un’idea chiara alla base: lo sport aperto a tutti, per combattere i problemi dell’alcolismo e del tabagismo fra i ragazzi. E far crescere una gioventù migliore. Più sana, e anche vincente come dimostrano gli ultimi risultati.

Ieri, col pareggio casalingo a reti bianche contro il Kazakhstan, l’Islanda ha strappato il pass per Francia 2016, per la prima volta nella sua storia. L’impresa era stata costruita nei mesi precedenti, però, in particolare con la doppia, clamorosa vittoria contro l’Olanda (2-0 a Reykjavik ad ottobre 2014, 1-0 anche ad Amsterdam la scorsa settimana). I nordici sono incredibilmente primi nel Gruppo A insieme alla Repubblica Ceca, nello stesso girone che dovrebbe mandare agli spareggi la Turchia di Fatih Terim e vedere addirittura eliminati gli orange, semifinalisti agli ultimi Mondiali (sarebbe una delle mancate qualificazioni più clamorose di sempre, dopo quella della Francia ai Mondiali ’94 e dell’Inghilterra a Euro 2008). La nazionale del calcio totale sconfitta dalla rappresentativa di un’isola che conta meno abitanti di una provincia medio-piccola. Un miracolo, insomma. Che però non è un fulmine a ciel sereno e soprattutto non è frutto del caso.

L’Islanda aveva già sfiorato la storica qualificazione ai Mondiali di Brasile 2014, uscendo soltanto agli spareggi contro la Croazia. Sembrava l’occasione persa di una vita, era solo il preludio alla partecipazione ai prossimi Europei. Dalla porta principale. Il merito è di una generazione d’oro temprata dal freddo dei ghiacci: le stelle sono Sigurdsson e Sightorsson, in Italia conosciamo bene Bjarnason (ex Pescara e Sampdoria, ora al Basilea) e Hallfredsson, centrocampista del Verona. Tutti cresciuti sotto l’ala protettiva di Eidur Gudjohnsen, il più forte calciatore islandese di sempre, che ha vissuto gli anni migliori con le maglie di Chelsea e Barcellona e oggi, alle porte dei 37 anni, continua a rappresentare il suo Paese.

L’incredibile parabola della nazionale potrebbe riassunta con la sua carriera. Quando il 24 aprile del ‘96 Eidur entrava a 18 anni nel secondo tempo di un’amichevole contro l’Estonia per sostituire il padre Arnor, il calcio in Islanda era poco più che folklore e dilettantismo. Oggi è una realtà solida, che manda giocatori nei principali campionati del continente e se la gioca alla pari contro le big europee. Il merito è di un progetto federale serio e a lungo termine, che, partito nel 2002, ha portato in dieci anni ad una crescita esponenziale di tutto il movimento. Per permettere di praticare la disciplina anche nel gelo dell’inverno nordico, con i soldi della Knattspyrnusamband (Ksi, la Federazione) e dei municipi sono stati costruiti sei campi regolamentari indoor, aperti a tutti, uomini donne e bambini, non solo ai professionisti. E mini campi in ogni scuola dell’isola. In Islanda oggi c’è un impianto ogni 50mila abitanti, la media più alta d’Europa. Un programma di aggiornamento per allenatori, aperto anche questo a tutti a basso costo, ha decuplicato il numero dei tecnici locali, passati da 70 a 700 in poco tempo. Mentre per guidare la nazionale è stato chiamato lo svedese Lars Lagerback, che già aveva fatto bene con la selezione del suo Paese.

La programmazione si è unita alla cultura sportiva di un popolo così poco numerose che i ragazzi più dotati si dedicano abitualmente a più di una disciplina (il capitano Gunnarsson a 16 anni fu selezionato contemporaneamente dalla nazionale di calcio e da quella di pallamano). E i risultati sono arrivati presto. Prima a livello giovanile, con la partecipazione agli Europei 2011 di categoria. Poi quella generazione è cresciuta e si è meritata anche gli Europei dei grandi. La squadra di semidilettanti che nel 2004 batteva l’Italia di Marcello Lippi nello stupore generale, oggi è stimata e rispettata da tutti. La nuova under di recente ha battuto la Francia di Coman e Rabiot, anche nel basket è arrivata la prima storica qualificazione internazionale (con i nordici capaci di spaventare a lungo l’Italia). Ma la storia della nazionale della Terra del ghiaccio è appena cominciata: il prossimo capitolo è ancora tutto da scrivere, a Euro 2016.

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