Mentre “frecce tricolori” secondo caratteristiche cinesi sorvolano piazza Tian’anmen spruzzando fumi che qualche osservatore ha definito “gay friendly”, una notizia apparentemente minore segnala che forse, in Cina, qualcosa si muove sul fronte dei diritti omosessuali: per la prima volta, un film con protagonisti gay circolerà nei cinema. Si tratta di Seek McCartney, storia d’amore tra due uomini – uno francese, uno cinese – girato dal regista Wang Chao, che ne ha dato la notizia sul suo account Weibo riadattando il cliché del “piccolo passo” – in questo caso, “per il dipartimento del Cinema” – che però “un grande passo per l’industria cinematografica”.

Il film è una co-produzione franco-cinese e il contributo locale spiega forse perché è passato attraverso la censura. Ogni anno, le autorità di Pechino consentono a sole 34 opere realizzate da case di produzione straniere di entrare nel secondo più grande mercato cinematografico del mondo, in una forma di protezionismo soffuso intesa a promuovere i prodotti nazionali in competizione con i blockbuster hollywoodiani. I film stranieri che passano sono quindi raramente quelli impegnati o comunque “pensosi”, in genere la spuntano pellicole di grande successo senza contenuti mingang, sensibili. Si pensi per esempio che nel 2013 Django Unchained di Quentin Tarantino fu ritirato dalle sale dopo meno di un giorno dal rilascio a causa di una scena di nudo integrale dell’attore Jamie Foxx.

Tuttavia è presto per dire che Seek McCartney abbia aperto uno spiraglio percorribile da altri. La censura non ha regole e spesso dipende da un singolo funzionario solerte o timoroso, per tacere del fatto che gli argomenti sensibili variano a seconda della contingenza politica.

Ci sono poi modi più sottili per censurare e il più gettonato, di recente, è il mercato stesso: un film può uscire nelle sale, ma se viene collocato in orari di proiezione improbabili – come alla mattina – o se riceve recensioni negative dai principali media di Stato, finisce massacrato.

L’omosessualità è stata depenalizzata in Cina nel 1997 e rimossa dalla lista delle malattie mentali nel 2001, ma continua a essere osteggiata da molte famiglie e nelle istituzioni. Storicamente, fin dall’epoca imperiale, le relazioni tra persone dello stesso sono sempre esistite e sono state perfino socialmente accettate, ma solo se si aggiungevano al rapporto etero, in un contesto socio-culturale dove era predominante l’esigenza di prolungare la linea familiare.

Si stima che circa 12 milioni di uomini gay siano oggi sposati a donne eterosessuali, in matrimoni di convenienza che servono a soddisfare le esigenze riproduttive. In cinese si chiamano xinghun (dal secondo carattere della parola “omosessuale” e il primo della parola “matrimonio”). Circa l’80% dei gay e delle lesbiche sarebbero sposati.

Come spesso accade in Cina, il fatto sociale si trasforma quasi subito in business. Se un gigante come Alibaba – il numero uno dell’e-commerce – ha lanciato promozioni gay-friendly e un ex poliziotto ha lanciato Blued, l’applicazione per favorire incontri omosessuali, sull’altro versante esiste invece Queers, la app che mette in contatto gay e lesbiche per organizzare proprio gli xinghun.

di Gabriele Battaglia