Ho criticato più di una volta l’andamento, prima e dopo, di Expo. Di conseguenza, il presidente del Consiglio dei ministri mi colloca insieme a quei milioni di italiani “gufi”. Praticamente uno che porta jella, comunque si sforza di farlo. Che augura al mondo malanni.


Non sono in questa categoria, mi dispiace per Matteo Renzi. Non solo perché sono italiano (ma non sempre me ne vanto), ma perché ho anche dei figli e da padre responsabile mi augurerei che vivessero in un Paese almeno felice e, se non ricchissimo, almeno pieno di cortili, di gente che non necessariamente odia, che conserva il piacere di dividere un tozzo di pane, come cerco di insegnare loro tutti i giorni.

Io vorrei tornare con i piedi per terra, giusto un attimo: vi immaginate se il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, apostrofasse gli americani come gufi? Se gli va bene finisce con l’impeachment. Se lo facesse il papa, in qualità di capo di Stato? Peggio. Credo che in uno stato che conservi un minimo di democrazia non si faccia. Anche perché paghiamo le tasse per garantire il regolare svolgimento delle funzioni democratiche dello Stato e, a prescindere dal fatto che Renzi mi stia o meno sulle palle, io le tasse le pago. Lui ha giurato fedeltà alla Repubblica, io no. Ma io pago le tasse e lui mi dice via social, non solo a me, ma a tutti, che siamo dei gufi.

Renzi cita Giorgio La Pira di tanto in tanto: ma non credo che lui avrebbe mai usato un linguaggio scurrile di tale portata. A volte si richiama a don Lorenzo Milani: forse non ha letto Lettera a una professoressa e sa poco o nulla del parroco di Barbiana che considerava il linguaggio la prima forma di educazione. Quando gli fa comodo parla anche di Enrico Berlinguer. Lasciamo perdere. Una volta Sandra Bonsanti, che è stato anche uno dei miei tanti direttori, un grande direttore, mi disse: “Si sciacquino la bocca, lui e gli altri, prima di nominare Berlinguer”.

Dunque, caro segretario del Pd diventato presidente del Consiglio: fino al giorno in cui pagherò le tasse lei si rivolga a me con linguaggio consono, educato, rispettoso. Anche per la carica che ricopre, nonostante il metodo con il quale ci è arrivato sia discutibile. E lo discutono i costituzionalisti molto seri, non quelli da bar.