Nelle scorse settimane ilfattoquotidiano.it ha ospitato un dibattito sull’impresa sociale, consentendo a diversi interlocutori di far sentire la loro voce. Molte le idee presentate, accomunate dal fatto che nell’impresa sociale tutti vedono un’opportunità, ma divergenti circa le chiavi di lettura del fenomeno, il ruolo, le caratteristiche, le aspettative.

C’è chi vede in essa la scoperta di un nuovo modo di fare impresa, interpretazione italiana dell’economia sociale di mercato. Un’ennesima via salvifica per riconciliare impresa e valori. Indubbiamente vi è un gran bisogno di forme di convergenza tra mercato ed etica e di ribaltare l’idea per cui non sono le persone a disposizione dell’economia ma, viceversa, l’economia al servizio del benessere delle persone. Forse viene trascurato il fatto che in Italia sono decenni che il fenomeno è letteralmente esploso con le cooperative sociali e che forme “altre” di fare impresa, come il mutualismo e la cooperazione, affondano le loro radici in secoli di storia. Inoltre la cooperazione sociale evidenzia risultati occupazionali non certo trascurabili, con circa 1 milione di occupati. Né i valori della cooperazione, ancor più se sociale, possono essere sub judice da ciò che ci propone la cronaca, sicuramente spia di distorsioni esecrabili da perseguire con rigore assoluto.

Altre persone vi vedono invece un nuovo spazio imprenditoriale che finora non sarebbe nato per limitatezza di risorse. Pertanto propongono l’apertura alla finanza morigerata”, una finanza cioè che si accontenta di bassi ritorni. Sorge ovvia la domanda: a quale livello si pone l’asticella della morigeratezza? Quali i criteri per fissarla? Per quanto può durare tale impostazione? Sottesa a tale posizione è la questione della distribuzione degli utili. Qualcuno propone che basti porre dei limiti, affascinato dall’ultima moda del cosiddetto “low profit”. La vera questione, però, non è che vi siano alti o bassi profitti, ma quale uso viene fatto dell’eventuale profitto: distribuito agli investitori o reinvestito in nuove attività sociali? In sostanza occorre chiedersi, e rispondersi, se il profitto è il fine o un semplice mezzo, uno strumento per conseguire finalità sociali.

A seconda di come si risponde si hanno di fronte due scenari. Nel primo l’impresa sociale è assimilata al pensiero “mainstream” per cui il fine di tutte le imprese è fare profitto, salvo il fatto che quelle “sociali” si accontentano di low profit. Nel secondo l’impresa sociale è soggetto portatore di una diversa idea e finalità di fare impresa, che anima il pluralismo dei soggetti economici e sfugge al “pensiero unico” dominante incentrato sulla semplice massimizzazione dell’utile.

Non deve sfuggire poi l’attenzione verso coloro che desiderano sostenere attività sociali, investendo risorse economiche invece che donando il proprio tempo. Come Forum nazionale del terzo settore riteniamo che, come già previsto da anni per le cooperative a mutualità prevalente, possano esser previste limitate e contenute modalità di distribuzione degli utili, assicurando comunque la prevalente destinazione degli utili a riserva indivisibile.

Ci sono poi quelli che sostengono che sia sufficiente occuparsi di sociale perché un ente possa qualificarsi impresa sociale. Vedremmo così incredibilmente consentito a tante attuali srl e spa il riconoscimento della patente di “imprese sociali”, con accesso a benefici e agevolazioni, per il solo fatto di occuparsi di sanità, servizi sociali o formazione, quasi con un colpo di bacchetta magica. Noi riteniamo che occorra, per qualificarsi come “impresa sociale”, rispettare anche altri principi: il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche e solidaristiche, realizzando attività di interesse generale e producendo beni e servizi di utilità sociale, rientrando così in pieno dentro il terzo settore. Viceversa si aprirebbero le strade (già vaticinate da alcuni) di un “quarto settore” di cui non si sente alcun bisogno.

Nel condividere in specie gli orientamenti espressi da Vincenzo Manes, Carlo Borzaga e Stefano Lepri, desideriamo comunque richiamare l’attenzione su un elemento forse sotteso a tutta la discussione, che riteniamo di estrema rilevanza, e che cela un grande fraintendimento.

Spesso il dibattito sul terzo settore, e in specie sull’impresa sociale, ruota intorno alla necessità di introdurre efficienza, managerialità e produttività nello svolgere i servizi. Vi è infatti chi propone che gli enti di terzo settore debbano essere gestiti aziendalmente per combinare le risorse (input) per produrre beni e servizi (output) e raggiungere i risultati efficaci (outcome). Sottesa, vi è l’idea che il terzo settore, e a maggior ragione le imprese sociali, sia finalizzato a produrre servizi (in particolare sociali), che debba farne sempre di più e sempre di meglio – specialmente oggi in tempi di crisi e di mancanza di risorse e di risposte da parte degli enti pubblici – imparando dalla cultura aziendale profit. Se non, addirittura, ibridandosi con essa.

Ma è proprio vero che il fine del terzo settore è realizzare servizi? Noi crediamo piuttosto che essi siano lo strumento per conseguire una diversa finalità, cioè creare occasioni di partecipazione, consentire a un numero sempre crescente di cittadini di attivarsi, assumendosi responsabilità verso la cosa pubblica, donando il proprio tempo e/o risorse economiche con l’obiettivo di creare beni relazionali o curare beni comuni. La riduzione a semplice svolgimento di servizi in chiave manageriale e sostitutiva del pubblico non solo snatura il terzo settore, ma rischia di vedere la disponibilità di sempre meno cittadini che si sentiranno piuttosto strumentalizzati. La cultura propria del terzo settore è ben lontana dall’ordinaria cultura aziendalista.

Ecco quindi il grande fraintendimento: scambiare i mezzi per le finalità e, pertanto, compiere una eterogenesi dei fini. Importare e imporre una cultura aliena, piuttosto che far crescere una cultura propria, ha già mostrato i suoi limiti con l’introduzione del criterio della competizione, all’origine di larga parte degli scandali che viviamo, anziché proporre il presupposto della legge 328/00, ovvero la co-progettazione e l’accreditamento. Tutto ciò rischia di snaturare il terzo settore.

Partecipazione, beni relazionali e cura dei beni comuni: queste sono le molle del terzo settore. Occorre quindi che il percorso di riforma sia teso a far sì che sempre più persone possano attivarsi, liberando queste risorse e creando quella coesione sociale di cui ha così tanto bisogno il nostro Paese.

Pietro Vittorio Barbieri, portavoce del Forum nazionale del terzo settore