Renzi ha detto che il Paese ha perso vent’anni nella diatriba tra berlusconiani e antiberlusconiani. Si capisce perché Renzi affermi questo: volendo gestire dal Pd il progetto politico di Berlusconi, non può certo dichiararsi erede dell’antiberlusconismo. Contro queste affermazioni di Renzi, si levano nel centro sinistra, voci contrarie che ripropongono nella sostanza la divisione tra berlusconismo e antiberlusconismo e fanno ricadere sul primo l’intera responsabilità della crisi italiana. Questa discussione mi pare la classica discussione in cui tutte le posizioni sono sbagliate e prive di fondamento. 

La mia tesi è che il cancro del Paese, quello che ha impedito all’Italia di svilupparsi in questi ultimi vent’anni, che ha imbarbarito il Paese a livelli impensabili, è la Seconda Repubblica, di cui Berlusconi è solo un attore, non il regista. E’ la Seconda Repubblica, nata nei primissimi anni ’90 a mettere le basi per il disastro. Indubbiamente che Berlusconi e il berlusconismo sono state un cancro per il Paese ma che l’antiberlusconismo non è mai stata la soluzione a questa malattia ma semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia. Non a caso il berlusconismo si è chiuso con i governi di unità nazionale in cui tutti insieme appassionatamente Pd e Pdl stanno distruggendo la Costituzione, il welfare e il diritto della classe lavoratrice per organizzarsi e far valere i propri diritti.

Vediamo quali erano le caratteristiche della Seconda Repubblica che hanno macinato il Paese.

In primo luogo la distruzione del potere e dei diritti della classe lavoratrice e l’esaltazione della centralità dell’impresa. La Seconda Repubblica nasce con l’abolizione della scala mobile (Amato ’92) e la concertazione (Ciampi ’93).
In secondo luogo la scelta del sistema elettorale maggioritario che ha distrutto il sistema Costituzionale di democrazia parlamentare per introdurre in modo strisciante il sistema presidenziale. La Seconda repubblica nasce con l’abolizione del sistema elettorale proporzionale. Berlusconi e Renzi, in generale la riduzione della politica a rappresentazione teatrale, non sono altro che il frutto marcio delle politiche istituzionali impostate negli anni 90.
In terzo luogo la scelta usare il debito pubblico per spostare soldi dalle tasche dei cittadini ai ricchi, agli speculatori, alle banche, raccontando ai cittadini che “non ci sono i soldi”. E’ dal 1992 (stangate di Amato) che il bilancio dello Stato italiano è in avanzo primario e cioè che regolarmente, ogni anno, il bilancio dello Stato per il complesso della spesa pubblica (dalla sanità alle pensioni arrivando fino alle armi e alle mazzette) è in attivo: cioè che gli italiani pagano più tasse di quanto lo stato spenda per il loro benessere e per finanziare le ruberie di politici ed imprenditori. Da 23 anni lo Stato italiano è in attivo – come nessuno in Europa – ma finisce in perdita solo a causa degli interessi da usura che paghiamo sul debito. E’ da 23 anni che ci sentiamo dire che lo Stato spende troppo quando lo Stato spende troppo poco e nel mentre regaliamo – legalmente e attraverso la separazione tra Banca centrale e governo – i soldi agli speculatori.

I vent’anni persi dall’Italia sono il frutto di queste tre scelte di fondo. La riduzione dei salari ha aperto la strada ad imprese che invece di investire innovare e aumentare la produttività del lavoro hanno vissuto parassitariamente sullo sfruttamento brutale della classe lavoratrice. I morti di fatica nei campi pugliesi sono il prodotto di questa idea demente di rilanciare il Paese attraverso lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori e delle lavoratrici.

L’avanzo primario (siamo ad oltre 600 miliardi avanzo primario realizzato dal ’92 ad oggi) che viene presentato come un fatto positivo e virtuoso – si tratta in fin dei conti del fatto che lo Stato spende meno di quanto incassa – è al contrario il principale motivo per l’economia italiana è cresciuta in questi vent’anni meno della media europea. L’avanzo primario infatti ha determinato una situazione folle in cui ogni anno (fatto salvo il 2009) lo Stato toglie dall’economia italiana 2 o 3 punti di Pil (siamo arrivati fino al 6,5% di avanzo) e li regala agli speculatori nazionali ed internazionali attraverso gli interessi sul debito pubblico. Sono 20/40 miliardi di tasse che vengono sottratti all’economia italiana in quanto non rientrano in circolo attraverso la spesa pubblica. Se Keynes riteneva necessario per poter far funzionare l’economia avere una spesa aggiuntiva da parte della Stato, in Italia da vent’anni funzioniamo a rovescio: lo Stato toglie ogni anno decine di migliaia di miliardi dall’economia reale del Paese. In queste condizioni è impossibile che l’economia italiana cresca perché l’avanzo primario è una misura fisiologicamente recessiva.

Potrei proseguire ma mi fermo qui. Se l’Italia non funziona è perché i valori di fondo, l’idea della democrazia e le politiche economiche e sociali che contraddistinguono berlusconiani ed antiberlusconiani sono pressoché identiche e sono sbagliate. Renzi, che è la sintesi tra queste due tendenze, è un errore al quadrato. Salvini grufola nel liquame prodotto da queste politiche e Grillo sovente parla d’altro. Per questo serve una sinistra antiliberista alternativa al Pd.