2002, 19 Agosto. Io: “Mamma, papà, ho deciso di iscrivermi a Scienze politiche”. Papà: “Ma hai fatto il liceo scientifico, perché non ti iscrivi a Ingegneria?”. Mamma: “E Medicina, no?”. Nel 2002 siamo stati in 331 mila in Italia a iscriverci per la prima volta all’università (dati Istat), la maggior parte di noi scegliendo la facoltà in base a qualche forma di passione per certe materie e con poche idee (spesso sbagliate) su cosa il mercato del lavoro ci avrebbe riservato. Una ricerca conclusa recentemente al Centre for European Policy Studies (Ceps) sui laureati italiani (e non solo) del 2000, ci porta a concludere che le scelte fatte per istinto dei neo-diplomati sono coerenti con una sorta di razionalità economica. I dati confermano la percezione che una laurea in Ingegneria o Informatica è più redditizia di una in Filosofia. Ma ciò che i precedenti studi non tengono in considerazione è il costo dei diversi percorsi di studi, non tanto in termini di tasse ma piuttosto di costo-opportunità, ovvero di reddito non percepito durante gli studi.

Iscriversi a matematica richiede uno sforzo maggiore in termini di ore passate a lezione e in biblioteca, limitando quindi la possibilità di lavoretti part-time. Spesso le facoltà scientifiche richiedono anche qualche semestre in più, cosa che fa lievitare ulteriormente il costo-opportunità di queste lauree. Chi si iscrive a questi corsi deve essere consapevole di potercela fare in tempi ragionevoli, o avere alle spalle una sicurezza economica. C’è poi la questione di genere: il valore medio privato attualizzato di una laurea Stem (acronimo che sta per scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) non è lo stesso tra laureati e laureate. Le donne partono molto svantaggiate nel mercato degli ingegneri e scienziati, sia in termini di salari che di probabilità di trovare un impiego, al punto da non recuperare i costi della laurea nei primi 5 anni. 

Da questo punto di vista, le donne hanno un vantaggio comparato nelle materie umanistiche, anche se però vale poco in quanto i costi e i benefici economici di questo percorso restano relativamente bassi. Gli stipendi riportati dai laureati del 2000 in queste materie sono 20-30% inferiori rispetto ai laureati delle altre discipline. Meglio per i laureati in discipline mediche: il valore medio attualizzato è non solo più alto ma anche più sicuro, sia per gli uomini che per le donne, rispettivamente 4 e 2,6 volte la media. Contrariamente alle aspettative poi, incluse quelle dei miei genitori, fanno bene anche i laureati in Scienze sociali: gli stipendi non sono in assoluto i più alti, ma il percorso di studi accessibile. Il risultato è che una laurea in Scienze politiche, Legge o Economia, a cinque anni dalla laurea vale 2,7 volte la media per i laureati e 1,3 volte la media per le laureate.

Se siete tra i 250mila immatricolati di quest’anno e ancora indecisi, tenete a mente la dimensione di genere. Se siete donne, partite avvantaggiate nelle materie umanistiche e molto svantaggiate in quelle scientifiche, mentre questa discriminazione è meno evidente nelle discipline mediche. Se avete fretta di trarre i benefici del vostro investimento in istruzione, optate per Scienze politiche, Legge o Economia: gli stipendi non sono i più alti ma hanno un costo-opportunità accessibile e ritorni positivi nei primi 5 anni dalla laurea. Se non avete l’urgenza di riscuotere i benefici della laurea, potete permettervi di studiare discipline scientifiche.

Indipendentemente dalla vostra scelta, il consiglio è di coltivare, insieme ai libri, perseveranza, motivazione e relazioni sociali. Gli esperti sono convinti che le capacità non cognitive abbiamo un peso importante nel successo di un individuo nel mercato del lavoro, anche se non sappiamo come misurarlo. Nel dubbio, ingegnatevi con i vostri amici per organizzare aperitivi culturali, aprite un blog o tenete la contabilità della squadra: esperienze che verranno valutate positivamente dal vostro futuro datore di lavoro. Per quelli che hanno più di 19 anni, la morale è: in un mercato del lavoro in cui sempre più persone accedono all’istruzione universitaria, la domanda “cosa studiare” diventa importante almeno tanto quanto la decisione se continuare dopo la scuola. Come quando i licei hanno iniziato a essere visti meglio degli istituti tecnici. Il tentativo di democratizzare l’istruzione finisce sempre per rincorrere i meccanismi che riproducono le disuguaglianze.

Il valore della laurea non si limita a quello che calcoliamo noi, strettamente economico e privato. Ci sono anche i costi e i benefici per la società. Da un lato gli stipendi ai professori e al personale amministrativo e i costi per le aule e le attrezzature. Dall’altro maggiori entrate per lo Stato: un laureato ha probabilità di occupazione superiori rispetto a un diplomato e quindi garantisce maggiori entrate al Tesoro. In una società istruita si riducono, ad esempio, la criminalità e la spesa per la sanità.

Ilaria Maselli è tra gli autori del paper Ceps “How returns from tertiary education differ by field of study: Implications for policy-makers and students” 

da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2015