9 agosto 2015. Frecciabianca 9822 partito da Lecce per Milano. All’altezza di Forlì, la ragazza seduta accanto a me mi chiede di collegare il caricatore del suo Iphone alla presa di fronte al mio sedile, perché la sua non funziona. Niente da fare, è fuori uso anche quella. Non va meglio nel resto del vagone: non c’è una sola presa funzionante. All’improvviso l’ elettricità e l’aria condizionata vanno a farsi benedire in tutte le carrozze. Nel bel mezzo della campagna tra Forlì e Bologna, il treno si ferma.

Il capotreno passa di corsa. Ha una faccia preoccupata. “Che succede?” gli chiede allarmata una signora anziana partita da Bari. “Abbiamo un guasto”. “Che tipo di guasto?” “Un guasto serio, si sono rotti entrambi i locomotori del treno”. “E quindi? Quanto ritardo faremo?” “Non lo so signora, una, due ore”. Si allontana.

L’aria nel treno comincia a farsi irrespirabile. “Se non aprono le porte qui qualcuno comincerà a stare male”, dico al ragazzo del minibar. Ha addosso un pantalone lungo, la camicia e pure la cravatta. “Non possono aprire le porte”, dice sofferente mentre prova a gestire l’assalto dei viaggiatori, tutti in cerca d’acqua fresca. “Quando succedono queste cose di solito arrivano altre vetture e si fa il trasbordo”. Ma dopo mezzora di sofferenza, poco prima che il treno si trasformi in una serra, vengono aperte le porte lato campagna. Intanto partono, a pochi minuti di distanza uno dall’altro, due messaggi audio identici: “C’è un guasto, i tempi per la riparazione non sono quantificabili”. Poi più nulla. La gente comincia a scendere dal treno e si riversa nei campi.

“A Bologna lo danno con tre ore di ritardo!” annuncia la signora partita da Bari, che si è fatta aiutare a scendere dal treno e ora sta parlando al telefono con i piedi affondati nei sassi intorno ai binari. Tre ore? Per riparare un guasto? Parte il primo sospiro collettivo.

In pochi restano a bordo, il caldo è soffocante. Un papà accompagna i figli a fare pipì dietro agli alberi (i bagni sono maleodoranti). Una signora che non vuole lasciare incustodita la sua valigia se la trascina dietro rischiando di sprofondare nel terrapieno che divide la massicciata dai campi. Nelle successive due ore e mezza arrivano polizia, carabinieri e ambulanza ma non l’unica cosa che tutti si aspettano: un aggiornamento della situazione, una comunicazione ufficiale che dica cosa si sta facendo per risolvere il problema e quanto tempo si resterà ancora fermi a pascolare in mezzo agli sterpi. È inevitabile: complice il caldo e la stanchezza, dopo un po’ parte la lamentela corale. Un ragazzo dà il là agli inni con i primi insulti a Trenitalia, ma ci finiscono dentro tutti, politici, carabinieri e pure i poveri operai che di domenica pomeriggio sono venuti a riparare il treno. Hai voglia a cercare di cambiare la percezione che gli stranieri hanno di noi. Se non riesci a modificare l’idea che l’italiano ha del suo Paese, non c’è speranza.

Eppure ci vorrebbe così poco. Non servono solo grandi investimenti e annunci roboanti. A volte bastano le cose essenziali, come dimostrare un minimo interesse nei confronti di chi ti paga lo stipendio. Non è dai piccoli atteggiamenti di tutti i giorni che si dovrebbe partire per generare il vero cambiamento? In questo caso, sarebbe stata sufficiente una comunicazione da Paese civile: “Guasto X/ora scendete dal treno/un altro verrà a prendervi/resterete su questo treno ma dovrete aspettare una, due, tre ore/operai in arrivo”. Non avresti risolto il guasto, certo. Ma avresti impedito  o quantomeno arginato il dilagare di quel sentimento di autodistruzione di cui proprio non riusciamo a liberarci, che a volte fa più danni dei tonfi delle Borse e di cui alla fine pagano il prezzo tutti, in questo caso prima le stesse Ferrovie dello Stato, poi di riflesso l’immagine del sistema Paese.

Dopo due ore e mezza di attesa nei campi, parte il passaparola: il capotreno ha detto che tra venti minuti si riparte. Quando il treno si muove, si libera l’applauso. Meritato, come sempre.