È il gran premio con la storia più breve, ma promette già scintille. Ad Indianapolis il padrone di casa è Marc Marquez. Qui ha vinto quattro volte nelle ultime quattro stagioni, fra Moto2 e MotoGp. E proprio ad Indy, un anno fa, il Cabroncito chiudeva il ciclo di dieci vittorie nelle prime altrettante gare di campionato. Un record inaspettato perfino nei bar di Cervera, e forse irripetibile.

Se nel 2014 Marquez atterrava nell’Indiana con fin troppa tranquillità, quest’anno ha la consapevolezza di non poter più sbagliare. E allora inizia a mettere pressione alla leadership di Valentino. Prima con le parole (“È l’ultimo anno che Rossi può puntare al titolo”) e poi con i fatti, a suon di caschi rossi appena sceso in pista.
Alla Honda però sanno di aver bisogno di una mano. Dell’aiuto di Dani Pedrosa, ad esempio, che prima dell’arrivo del ciclone Marquez, ad Indy aveva conquistato due vittorie ed un secondo posto fra il 2010 e il 2012. E che quest’anno potrebbe tornare alla ribalta favorendo il compagno di squadra nel rosicare punti importanti a Valentino Rossi e Jorge Lorenzo.

La lezione del Sachsenring è stata chiara: il feeling ritrovato del campione del mondo con la sua RC213V è cosa importante per Hrc; ma lo è ancora di più l’aiuto che può dare un Pedrosa finalmente competitivo. Anche perché la prima casa motociclistica mondiale non potrà contare sulla mano – o meglio, sul polso destro – di Casey Stoner, che avrebbe rifiutato di rientrare come wild card per un paio di gp fra Giappone, Australia e Malesia.

Ora, a prescindere dal fatto (non irrilevante) che il team principale Livio Suppo ha subito smentito la faccenda, c’è da chiedersi se un ex campione del mondo come Stoner, che non scatta dalla griglia di partenza della MotoGP dall’11 novembre 2012, possa davvero essere subito così competitivo da stare davanti a quello che molti hanno giudicato essere il Valentino Rossi più forte di sempre, e a Jorge Lorenzo in grandissima forma. Perché non stiamo parlando del miglior Stoner, quello che nel 2007 portò al titolo mondiale la Ducati per la prima volta nella storia, con una Desmosedici che tutti – prima e dopo di lui – avrebbero giudicato quasi inguidabile; o quello che quattro anni dopo vinse il titolo anche con la Honda, staccando di ben 90 punti Jorge Lorenzo e di 122 l’allora compagno di squadra Andrea Dovizioso, che di lui disse: “Se nel box accanto hai Casey puoi solo imparare, capire cosa si può fare con una moto. Però avere Stoner ti tira giù mentalmente, perché è un talento”.

Oggi l’australiano rimane un talento genuino, ma la sua abituale imprevedibilità è accompagnata da una meno comune assenza prolungata dalle gare che contano, per un pilota che a 27 anni appena compiuti ha scelto di dire addio alla MotoGP. La 8 Ore di Suzuka potrebbe essere stata la sua ultima gara con la Honda. E non per colpa della rottura della tibia e della scapola causate dalla caduta per il malfunzionamento al cavo del comando del gas. Per un pilota con il carattere che ha Stoner la ferita più profonda, quella ancora aperta, è piuttosto quel “no” che si sarebbe sentito rispondere quando voleva salire sulla Honda di Pedrosa, in Texas e in Argentina.

La Hrc, che in aprile aveva preferito fare a meno dell’australiano per non infastidire in alcun modo Marquez, ora avrebbe accettato volentieri una mano da lui per colmare quel gap che divide il campione del mondo dalla coppia Yamaha. Recuperare 65 punti di distacco da Rossi e 52 da Lorenzo non è un’impresa impossibile. Le gare a disposizione sono nove, siamo ad agosto e il tempo c’è. Ma dopo la sosta estiva occorre ripartire subito con il piede giusto. E allora perché non sfruttare anche con Stoner l’effetto Biaggi? Una sorta di ritorno alle corse non per fare la comparsa, ma con l’obiettivo di essere attore principale su podio. O comunque davanti a Rossi e Lorenzo. Alla Honda ci hanno provato. Ma non hanno fatto i conti con l’imprevedibilità di Casey.