Matteo Renzi all'università di Tel Aviv

Agosto 2015, il Sud guadagna – almeno per qualche giorno – un posto di riguardo nell’agenda politica. E’ successo già altre volte. Poi, tutto dimenticato. Che c’è di nuovo stavolta?

Si parla di interventi straordinari per il Sud. Ci si lamenta che sia scomparso dall’agenda del governo, anzi che praticamente non vi si faccia più niente da vent’anni. La Svimez denuncia un “rischio di sottosviluppo permanente”. Grido d’allarme di Roberto Saviano. Renzi corre ai ripari. “La direzione del Partito Democratico si riunirà per discutere del tema del Mezzogiorno il 7 agosto alle 15 al Nazareno”. La ministra allo Sviluppo Economico, Federica Guidi, annuncia che “in autunno daremo il via agli Stati Generali dello Sviluppo Economico e guarderemo con grande attenzione al problema”. Viene fuori un piano da 80 miliardi, in 15 anni (una sorta di “Piano Marshall”, si assicura), mirato al rafforzamento dei poli industriali e alle infrastrutture. E poi ci sono – o ci sarebbero? – 30 miliardi di Fondi strutturali europei, più i 20 del cofinanziamento nazionale, più altri Fondi entro settembre…

Esattamente settant’anni fa, nell’agosto del 1945, lo storico Gaetano Salvemini – una delle menti più lucide che abbiano avuto la cultura e la politica italiane nel secolo scorso – scriveva al meridionalista Guido Dorso, ammonendolo dal farsi illusioni su interventi straordinari o leggi speciali o “piani marshall” per il Sud. Con una considerazione di fondo, addirittura banale, che però fu ignorata da chi nel 1950 istituì la Cassa per il Mezzogiorno; da quanti, compresi economisti liberali illuminati e prestigiosi “meridionalisti” di partiti anche di sinistra, ne sostennero la frenetica attività, lo sperpero di 280 miliardi di lire e la sopravvivenza sino al 1992 (negli ultimi otto anni con il nome cambiato in AgenSud) e infine anche da chi ha governato il Paese negli ultimi vent’anni, sotto il segno dell’abolizione di qualsiasi principio di programmazione della spesa pubblica, dell’allisciamento del pelo ai leghisti prima e poi al cosiddetto “federalismo”, e infine della crisi economica.

Ecco la semplice, banale, illuminante considerazione di Salvemini: “Niente , ma riforma della politica generale. Ogni riforma generale, se fatta nel senso necessario al benessere delle classi che lavorano e che producono, sarà utile soprattutto all’Italia meridionale. Le leggi speciali sono sterili inganni. Per un privilegio che otterrete a qualche angoletto del Mezzogiorno vi sarà altrove chi penserà ad ottenere per sé, con braccia più lunghe e con spirito più energico, favori ben più grandi”.

Questo significa ad esempio che gli “Stati Generali dello Sviluppo Economico” – per quelli che dovrebbero e potrebbero essere, se fatti bene e se avessero concrete conseguenze sulla politica generale del governo – appaiono più interessanti e proficui per il Mezzogiorno, rispetto alla riunione della direzione del Pd del 7 agosto “sul Mezzogiorno”. Ma più proficui anche per l’agricoltura, così come per la politica industriale, per i ceti più deboli, ecc.. Cioè per le zone del paese, i problemi, le “priorità”, i settori produttivi e le fasce di popolazione meno protette e più penalizzate da una politica del giorno per giorno e mediatica, basata su interventi spezzettati e casuali che si contraddicono a vicenda, provvedimenti di emergenza, ecc..

E’ appena il caso di osservare che, finché non ci sarà una politica generale di programmazione e di riforme – all’interno della quale si considerino evidentemente il monte-risorse disponibile, gli obiettivi e le “priorità” – non ci sarà spazio per azioni efficaci finalizzate in particolare all’eliminazione degli squilibri: territoriali, settoriali e socio-economici.

Settant’anni fa un uomo intelligente e profetico come Salvemini (e non solo lui, si deve dire) li aveva chiari in testa i termini della questione, prima ancora della quarantennale, poderosa e devastante esperienza della Cassa per il Mezzogiorno. E’ paradossale – o al contrario estremamente, amaramente significativo – che dopo quella esperienza e dopo i livelli drammatici raggiunti dal sottosviluppo meridionale (il Sud italiano cresce la metà della Grecia, di fatto in default), c’è ancora chi si diletta a ipotizzare questo o quest’altro intervento “a favore del Sud”.

Finché sarà l’Italia a non essere decentemente governata – e che te lo dico a fa’? – non ci sarà salvezza o futuro per il Sud, non ci sarà politica industriale, non ci sarà lavoro per i giovani, non avrà solide prospettive di rilancio l’agricoltura, non sarà sconfitta la criminalità organizzata e gli squilibri fra ricchi e poveri saranno sempre ampi.

Certo qualche soldo in più – appunto “aggiuntivo” rispetto all’intervento ordinario e alla politica generale – fa sempre comodo. Ma senza un intervento ordinario e una politica generale degni di questo nome, anche quei soldi saranno sale sulle ferite, finendo inevitabilmente – come i 280 miliardi di lire della Cassa – in rivoli inutili, incapaci di mettere in moto meccanismi di sviluppo autopropulsivo, o peggio in clientele e in foraggio per la criminalità più o meno organizzata.

Ora, siccome la considerazione di Salvemini era e resta banale, non c’è bisogno di essere complottisti per immaginare che ci sia qualcuno che “vuole” governare a spicchi e per emergenze, evitando come la peste la programmazione delle risorse, degli obiettivi e delle priorità. Chi? Ma evidentemente chi, per esempio, affronta il problema del Sud come se fosse una cosetta a parte rispetto al governo generale.