C’è la tentazione di banalizzarla, questa vicenda, collocandola in qualche serie da saggezza popolare tipo ‘Chi la fa l’aspetti’, o peggio ancora ‘Mal comune mezzo gaudio’. E, invece, la vicenda di Calais, che non è uguale a quella di Ventimiglia, anche se si legge che è la stessa, ed è diversa da quella della barriera tra Ungheria e Serbia, ma per molti versi le assomiglia, sta nella serie dei drammi delle migrazioni e dell’incapacità dell’Europa di affrontarli a livello nazionale – impossibile – e a livello di Unione – difficile, in ogni caso.

Le cronache da Calais dimostrano agli italiani che le stragi nel Mediterraneo sono solo una delle scene di una tragedia che va in scena pure sui sentieri della disperazione nei Balcani e sulle rive della Manica. E che ha i suoi antefatti, altrettanto tragici, nei Paesi di provenienza dei migranti, in Afghanistan e in Siria, nel Corno d’Africa, a sud del Sahara.

Calais non è Ventimiglia, nonostante ci siano punti di contatto: una frontiera interna all’Unione europea e migranti illegali che vogliono passarla. Ma a Calais le autorità britanniche e francesi sono d’accordo nell’impedire il transito, mentre a Ventimiglia gli italiani lo considerano lecito, o comunque non lo vedono male, e i francesi lo bloccano. E Calais e Ventimiglia non sono la frontiera serbo-ungherese, perché quello è un confine esterno dell’Unione, come Lampedusa.

Anche le posizioni dei Paesi sono diverse fra di loro: l’Italia, che non riesce a incanalare il flusso dei migranti con procedure d’accoglienza efficienti, reclama solidarietà all’Unione (e non la nega ai migranti). L’Ungheria la nega ai migranti e all’Italia, perché a sua volta investita da un flusso molto superiore, tenuto conto delle dimensioni del Paese, ma la chiede all’Ue, almeno finanziaria, per tirare su la sua barriera. Francia e Gran Bretagna sono, con la Germania e la Svezia, i Paesi europei in cui i migranti sono percentualmente di più, ma hanno di fronte al problema attitudini diversissime.

Londra si chiama fuori dalla solidarietà comunitaria, perché una clausola del Trattato l’autorizza (Dublino potrebbe fare valere la stessa clausola, ma non lo fa). Parigi non se ne chiama fuori, ma pretende dal partner che reclama solidarietà –l’Italia, nello specifico- rispetto delle regole, come lei le rispetta verso Londra.

In ogni caso, né il litigio fra Paesi dell’Ue a Ventimiglia, né la concordia d’intenti a Calais né la drasticità dei mezzi tra Ungheria e Serbia si rivelano efficaci né risolvono la questione. Certo, non la risolverebbe neppure l’Unione, perché le radici del problema stanno fuori dai suoi confini e le dimensioni sono planetarie, non continentali. Ma potrebbe almeno aiutare ad affrontarla in modo meno schizofrenico e disumano.

Bruxelles è lontanissima da Lampedusa. Ed è pure lontana dalla frontiera serbo-ungherese. Ma è persino più lontana da Calais. Che dista solo un centinaio di chilometri dalla capitale dell’Unione.

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