Di quale testimonianza vi è ancora bisogno? Chiedeva Goethe allo storico Heinrich Luden riferendosi alla miseria della condizione umana, dopo avere compiuto l’esperimento immaginario di interpretare ed esaminare tutte le fonti concludendo che, dopotutto, è questo il destino degli uomini.

L’esperimento fu puoi tentato, si può argomentare se compiutamente o incompiutamente, da Hegel nelle sue lezioni sulla filosofia della storia delle quali mettiamo in evidenza un passaggio interessante sulla storia come mattatoio. Se consideriamo questo spettacolo delle passioni e ci poniamo innanzi agli occhi, nella storia, le conseguenze della loro violenza, dell’irragionevolezza che è connessa non solo ad esse ma anche a quelle che si possono dire buone intenzioni o scopi giuridicamente legittimi, parafrasando il filosofo, ecco qua che comprendiamo in che chiave muovere la critica più dura e pertinente al modo in cui è stato raggiunto l’accordo sul debito greco annunciato lunedì scorso.

Solo qualche giorno fa Habermas sul Guardian, intervenendo sullo stesso tema, accusava la Germania di essersi giocata tutto il capitale politico costruito negli ultimi cinquant’anni durante l’intervallo fra il tramontare e il successivo sorgere del sole nel quale Tusk ha sequestrato la Merkel e Tsipras, impedendogli di lasciare la vituperata stanza privi di un accordo. Durante la fatidica nottata, sostiene ancora il filosofo, la Cancelliera avrebbe in effetti compiuto un “atto di punizione” contro il governo di sinistra guidato dal Primo ministro in T-Shirt. Se riprendiamo l’argomentazione di Hegel il cui tentativo è quello di considerare la storia come un mattatoio, troviamo che l’unica chiave per organizzare la difesa e recuperare la libertà dello “spirito buono” è quello di pensare: è andata così, è il destino, non c’è nulla da fare.

Ecco apparire allora come un tentativo di liberazione quello incarnato da Schäuble e da quell’opinione pubblica tedesca che pure lo sostiene, di estromettere la Grecia dall’Eurozona. Seppure siano coscienti della loro crescente responsabilità e non si esimano dal guidare la politica europea da dietro le quinte, i teutonici sembrano riluttanti all’idea di assumere formalmente la leadership che de facto detengono. D’altronde non è più un mistero per alcuno che l’asse portante dell’Europa carolingia, Parigi-Berlino, funga da immagine pro forma, una figura senza contenuto.

Gli sforzi per farlo apparire altrimenti risultano ormai goffi e ridicoli. Se il tentativo di mediazione da oltreoceano è arrivato sulle note della marsigliese è solo perché storicamente gli incoraggiamenti americani nei confronti dell’Unione Europea sono stati da sempre notificati all’Eliseo. Le cose nel vecchio continente sono però cambiate, soprattutto ultimamente. Le speculazioni sul comportamento tedesco sono tante, troppe, eppure non possiamo evitare di entrare a gamba tesa in quella disputa che coinvolge l’intellighènzia di tutto il mondo su quali saranno le conseguenze di questo sofferto accordo tra Atene e i suoi creditori, Germania in testa.

Gli effetti di questa epopea, che sembra ripetersi ciclicamente, sono già in essere. Prendiamo l’ipotesi, che prende corpo, di un’Europa a più velocità. Un tempo un discorso tabù per le istituzioni comunitarie, oggi divenuto carta che canta con la “clausola bye bye” voluta da Schäuble e inclusa nell’accordo poi approvato sia dai Parlamenti costituzionalmente obbligati a dare il via libera, che da quelli che hanno scelto il passaggio d’aula nazionale, che dunque governa l’avviamento di una discussione su un nuovo pacchetto d’aiuti.

Nel frattempo, a fare da ponte temporale penserà il prestito da 7 miliardi, con le sue “perplessità di erogazione”. Se è il tempo che l’Europa sta comprando, come hanno scritto in molti, allora ricordiamo a noi stessi l’adagio senechiano id agamus ut nostrum omne tempus sit, non accontentandoci di essere semiliberi. Giudicare i tedeschi accusandoli di eccessivo egoismo nel contesto del progetto europeo è pretenzioso e falso, loro agiscono nell’ottica sì del proprio interesse, ma sanno che fuori dal progetto europeo non hanno alcuna chance di imporsi come potenza globale.

Non desiderano nemmeno un’Europa di soli vassalli ma vorrebbero una Germania forte in un’Europa fortissima. Nelle riflessioni sulla politica europea a firma Schäuble-Lamers del 1994, riscoperte oggi dai più, il rafforzamento del nucleo duro dell’UE, che troviamo tra le proposte, è visto nell’ottica dell’interesse tedesco ma anche di quello europeo perché “altrimenti, l’Unione si limiterà ad una cooperazione intergovernativa favorevole ad una ‘Europa alla carta”. Esattamente quello che è divenuta, un'”Europa alla carta”, dove gli opt-outs sono all’ordine del giorno e si ergono muri di filo spinato fra Stati membri.

Torniamo allora al comportamento tedesco: non sarà che dopo un’eventuale liberazione dal peso greco, chi ha assunto la posizione più intransigente, spera di rilanciare l’Unione attraverso un’integrazione fondata sull’idea di ‘geometria variabile’ e di un’Europa ‘a più velocità’? In ogni caso, gli oppositori di questa prospettiva non avrebbero potuto sperare in una congiuntura più favorevole: a questo punto il costo dell’estromissione della Grecia sembra essere ancora troppo alto persino a chi oggi si augura che essa non fosse mai entrata nell’Euro. Resta dunque una prospettiva impraticabile, almeno per il momento.

Occorre tuttavia sperare che il costo del salvataggio non lieviti al punto di farne risultare conveniente l’uscita. Il calcolo dei costi benefici sulla disgregazione della moneta unica, in questo momento, è il nodo cruciale. Non si tratta solo di una questione di soldi, bensì sottende quel duro scontro di civiltà e di mentalità che è già in atto tra Nord e Sud Europa.

 

 

 

 

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