Ci vorrà un colpo di mano. Uno come i tanti che da un ventennio si susseguono per consentire alle forze politiche di finanziarsi mettendo mano alle casse dello Stato. La deputata del Pd Teresa Piccione l’ha già predisposto presentando un apposito emendamento per evitare di esaminare fatture e scontrini dei bilanci dei partiti del 2013 e così incassare la rata del finanziamento pubblico. Per le forze politiche la modifica legislativa è l’unica strada percorribile per incassare i soldi, visto che la tranche di contributi la cui erogazione scade il 31 luglio difficilmente verrà sbloccata da Camera e Senato: il segretario dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio Gianni Melilla, deputato di Sinistra ecologia e libertà, incaricato di svolgere una ricognizione sui risvolti legali della questione, si appresta – secondo quanto risulta a Ilfattoquotidiano.it – a ufficializzare un parere negativo. Secondo Melilla, infatti, non ci sono le condizioni di legge per poter erogare quelle somme ai partiti. Nasce da qui il “provvidenziale” emendamento della dem Piccione alla proposta di legge presentata dall’ex tesoriere di Sinistra Ecologia e Libertà Sergio Boccadutri (poi passato al Partito democratico), attualmente in discussione in commissione Affari costituzionali alla Camera. Grazie alla sanatoria in esame, i partiti bypassando i controlli parlamentari, potrebbero intascare a breve la nuova tranche del finanziamento pubblico. Proprio quel finanziamento che sarà totalmente eliminato a partire dal 2017, secondo quanto previsto dalla legge approvata due anni fa dal governo di Enrico Letta. Una torta da 27 milioni di euro, 16 a Montecitorio e i restanti 11 a Palazzo Madama, sui 45,5 totali previsti per il 2015.

CONTROLLI ADDIO – La legge che ha decretato la progressiva abolizione del finanziamento pubblico, approvata fra le proteste dei tesorieri, prevede, fra le altre cose, l’istituzione di una “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici” composta da 5 membri designati dai vertici delle tre massime magistrature (Corte di Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei conti). Con un compito ben preciso: verificare che i bilanci delle varie forze presenti in Parlamento siano in regola prima che il denaro venga erogato dallo Stato. L’organo in questione, che avrebbe dovuto concludere le proprie verifiche entro il 30 giugno scorso, non è però riuscito a portare a termine il lavoro. Come comunicato dal presidente Luciano Calamaro ai numeri uno di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso. La causa? Mancanza di personale e di adeguati strumenti di lavoro. Proprio così. Perciò la politica, preoccupata dalla possibilità di perdere quel fiume di denaro e senza aspettare il risultato della ricognizione che l’Ufficio di presidenza ha delegato a Melilla, è dovuta velocemente correre ai ripari. Ecco infatti l’emendamento Piccione, che permetterà ai partiti di bypassare i controlli e mettere le mani sui soldi pubblici. Una boccata di ossigeno per le loro casse, rimaste ormai vuote. Con conseguenze note: Forza Italia ha già licenziato la metà dei suoi dipendenti e la Lega Nord ne ha messi in cassa integrazione 71, con una imprecisata possibilità di ricollocazione.

COLPI DI MANO – Mancano le risorse, infatti. E a non far stare sereni i tesorieri c’è anche la prova generale di quella che, fra due anni, diventerà la formula con cui i partiti dovranno finanziarsi: erogazioni volontarie e due per mille. Che, andata in scena per la prima volta lo scorso anno, non ha fatto registrare i risultati sperati. Anzi. Nel 2014 solo 16.500 contribuenti circa su un totale di quasi 41 milioni hanno deciso di destinare il due per mille dell’Irpef per finanziare i movimenti politici. Appena 325.711 euro. Una miseria che conferma la scarsa propensione dei cittadini a foraggiare direttamente la politica, disaffezione che era emersa con chiarezza già nel referendum del 1993 quando, sulla scia dello scandalo di Tangentopoli,  il 90,3% degli italiani aveva sancito l’abolizione del finanziamento pubblico. Pronunciamento chiaro, ma ai partiti bastarono pochi mesi per ribaltare quel verdetto. Lo fecero introducendo un «contributo per le spese elettorali» attraverso la costituzione di un fondo alimentato da 1.600 vecchie lire per ogni cittadino. Risultato: una torta da 90 miliardi 845 milioni del vecchio conio (46,9 milioni di euro) dalla quale i partiti ripresero a servirsi. Tre anni dopo gli alchimisti parlamentari si rimettono al lavoro per ritoccare di nuovo la macchina sforna-soldi. Con una legge in vigore dal 2 gennaio 1997 che introduce «la contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici». Una normativa che prevede per il contribuente la possibilità di destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (ma senza scegliere il destinatario), per un totale massimo di 110 miliardi di lire (56,8 milioni di euro). Inoltre, per il solo 1997, una norma transitoria ingrossa ancora di più la torta fissando a 160 miliardi di lire (82,6 milioni di euro) il tesoretto del fondo per l’anno in corso. Ma l’anno successivo la raccolta volontaria non fa breccia tra gli italiani e gli introiti per i partiti si fermano al di sotto delle aspettative.

DENARO A FIUMI – Scatta l’allarme rosso e nel 1999 arriva un altro colpo di mano: via il sistema del 4 per mille, subentrano i rimborsi elettorali. Una formula magica che nasconde in realtà il totale ripristino del finanziamento pubblico e il definitivo tradimento della volontà popolare. L’entità fissata dalla legge, infatti, è del tutto sganciata dalle spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale. Si ritorna, in pratica, ad un contributo fisso di 4.000 lire per abitante che fa lievitare a quasi 200 miliardi il fondo per le spese elettorali messo a disposizione dallo Stato. Non solo. La riforma prevede cinque diversi fondi ai quali i partiti possono attingere: per le elezioni alla Camera, del Senato, del Parlamento Europeo, dei Consigli regionali, e per i referendum. Insomma, un fiume di denaro per ogni tornata elettorale. Con un unico paletto: i rimborsi vengono pagati in cinque rate annuali in caso di legislatura politica completa, mentre l’erogazione è interrotta in caso di fine anticipata della legislatura. Il nuovo sistema entrerà in vigore a partire dalle politiche del 2001. Ma nel 2002 arriva l’euro. E le vecchie 4.000 lire di contributo vengono arrotondate a 5 euro: un euro per ogni voto ottenuto moltiplicato per ogni anno di legislatura, da corrispondere in 5 rate annuali. Insomma, con il passaggio alla moneta unica europea, l’ammontare complessivo da erogare a favore dei partiti nell’arco di una singola legislatura raddoppia praticamente passando da 193,7 a 468,8 milioni di euro (907,8 miliardi di vecchie lire).

MALEDETTO PARERE – Ma la cuccagna raggiunge il top grazie ad un decreto voluto dal governo Berlusconi, in base al quale l’erogazione dei rimborsi elettorali è dovuta per tutti i 5 anni di legislatura, anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere. In pratica, se la legislatura dura un solo anno, i partiti percepiscono i ratei annuali anche per il successivo quadriennio. Così, a partire dal 2008, i partiti iniziano a percepire un doppio rimborso, incassando contemporaneamente i ratei annuali della XV e della XVI legislatura. Una vergogna, nota come «proroga regalo», interrotta solo nel 2010 da un altro decreto emanato sempre dall’esecutivo dell’ex Cavaliere. E dal 2011 arriva anche una prima sforbiciata al fondo statale per le spese elettorali. Seguita da quella disposta nel 2012 dal governo guidato da Mario Monti: riduzione del fondo del 50%. Il colpo di grazia, come detto, lo infliggerà un anno più tardi l’esecutivo presieduto da Enrico Letta, fissando al 2017 l’ultimo anno di erogazione dei rimborsi elettorali prima della definitiva scomparsa. Salvo nuovi giochi di prestigio, s’intende. O altri colpi di mano. Come quello della Piccione che, con il suo emendamento, può consentire ai partiti di incassare la tranche di finanziamento in scadenza a luglio anche senza i controlli previsti sui bilanci dei partiti.

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