In risposta alla strage di Suruc, dove sono morti 30 ragazzi, giovani socialisti, qualcuno ha cominciato a rievocare l’internazionalismo. Una certa sinistra ha provato subito empatia per questi giovani, animati dalle migliori speranze e ideali. In loro, qualcosa ci ha ricordato noi. In quel calderone che è il medioriente, dove tutto – dicono i più –  è indecifrabile e confuso, quei giovani sono legati a noi, ci sono vicini. Sono stati assassinati dall’Isis, quindi dal fondamentalismo islamico – spettro della nostra società occidentale/cristiana-; erano socialisti, seguivano un’ideologia che ha radici e storia anche qui, in Europa; sostenevano una causa nei cuori della sinistra: l’indipendentismo curdo.

Turchia, a Istanbul i funerali delle vittime di SurucPer questi motivi tutto è più chiaro. E’ facile individuare le vittime e i carnefici. Non come in Siria, dove decine di migliaia di giovani sono già morti senza richiamare l’attenzione di quella sinistra che oggi si sente uguale a quei poveri ragazzi uccisi a Suruc.

Nel gennaio del 2013 ottantadue ragazzi, giovani universitari, morirono uccisi da un bombardamento aereo che centrò parte della facoltà di architettura dell’università di Aleppo. Quei giovani ventenni forse non erano socialisti ma di sicuro erano animati dalle migliori intenzioni e meritavano la stessa solidarietà che viene data ai giovani morti a Suruc.

Purtroppo, quell’internazionalismo che in passato ha fatto provare empatia verso i popoli arabi, e non solo, è scomparso da un pezzo sepolto dai detriti della fine del panarabismo; dall’appiattimento semplificatore che si fa della questione mediorientale e dalla crisi delle ideologie di massa in Europa.

E’ facile sentirsi vicini alle vittime quando è il fondamentalismo ad assassinare, ma è diventato impossibile provare la stessa solidarietà quando sono leader arabi in giacca e cravatta, magari che si professano socialisti e laici, a schiacciare le rivendicazioni di diritti dei giovani del medioriente (siano essi socialisti o affiliati a un partito religioso).

In tutto questo, la primavera araba rimane un’occasione imperdibile alla quale bisogna rispondere. E’ l’inizio di una nuova storia degli arabi, un lungo processo pieno di contraddizioni. Fino ad oggi, questo processo è stato tradito da quei movimenti sociali e politici che nella loro retorica invitano all’amicizia fra i popoli ma che oggi hanno scelto la restaurazione dei vecchi regimi, Siria, Egitto e Iraq, piuttosto che ascoltare i giovani.

Per i governi europei, di destra o sinistra, la stabilità è necessaria per condurre affari e gestire la sicurezza, per questo diritti umani e  rivendicazioni di libertà delle società arabe possono essere ignorate in nome del nostro benessere, economico e sociale.

L’Isis è funzionale a tutto ciò, perché nel nome della repressione di questa organizzazione i nuovi regimi reazionari conducono campagne di arresti indiscriminati. L’Isis, come ho scritto più volte, fornisce l’ultima prova agli amanti dello scontro di civiltà e agli islamofobi che i musulmani non possono autogovernarsi, quindi è meglio un colonnello che dichiara di essere laico, filo americano o russo, per “tutelare” le masse, in una sorta di neo-colonialismo in controllo remoto.

A tal proposito, le organizzazioni per i diritti umani ci dicono che in Egitto è in corso una campagna di arresti e di repressione contro giornalisti e dissidenti democratici ben peggiore di quella che Mubarak aveva attuato ai danni degli oppositori. Esecuzioni di massa sono all’ordine del giorno. Ma al Sisi, ci ha ricordato il Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, è un partner strategico nella lotta al terrorismo.

In Iraq, nel nome della battaglia all’Isis, i movimenti sciiti e le milizie collegate ad esso guadagnano terreno e spadroneggiano in un paese confessionalizzato. I cristiani iracheni, quando scomparirà l’Isis, quando non sarà più funzionale al nuovo ordine che si vuole costruire sulla pelle dei giovani arabi, si troveranno dalla padella alla brace, perché chi oggi dice di difenderli domani completerà il lavoro di pulizia che ha fatto scomparire la comunità Sabea dal paese.

La soluzione sarebbe la felicità degli arabi, la loro autodeterminazione ed emancipazione da dittature e fondamentalismi, ma questo è un cattivo affare per molti. Se ciò avvenisse, significherebbe avere società capaci di rivendicare i loro diritti e di non essere più prede di giochi geopolitici internazionali. Una felicità araba, basata sullo scambio culturale, cancellerebbe l’islamofobia nel nome del sincretismo religioso e condurrebbe alla fine dei fondamentalismi.

Fino ad oggi questa strada non è stata intrapresa. Si è optato per relegare gli arabi, un’ennesima volta, alla barbarie delle dittature e dei gruppi armati. L’esilio e l’incomprensione diventano comuni fra questa nuova generazione. Da ciò, dal dolore e dalla miseria araba di questa epoca, non può che nascere altra disgrazia.