Parola d’ordine sfiducia, ma con lo screditamento che sta guadagnando rapidamente terreno. Il “sì” del Parlamento di Atene al secondo pacchetto di riforme (230 sì, 63 no, 5 astenuti) con a sorpresa anche il voto favorevole di Yanis Varoufakis, è la plastica raffigurazione delle contraddizioni politiche elleniche dell’ultimo semestre. Nonostante restino 36 (e non 39 come una settimana fa) i dissidenti di Syriza che non votano il ddl propedeutico al terzo memorandum imposto dalla Troika e accettato dal primo premier di sinistra della storia greca, i mercati apprezzano, l’euro recupera ma la politica segna ancora incertezza totale.

Certo, Alexis Tsipras ‘recupera’ cinque voti facendo ridurre lievemente il dissenso interno ma non stabilizza l’esecutivo che resta in bilico, almeno fino al prossimo passaggio parlamentare. Il voto notturno e soprattutto le ansie isteriche che lo hanno preceduto (come lo sfogo di Kostantopoulou contro Tsipras) sono il barometro di una situazione a tratti incandescente che non garantisce quell’equilibrio minimo che servirebbe al Paese, almeno in questa fase, per ricominciare a trattare con i creditori. Ieri i primi strali erano giunti proprio dalla presidente della Camera in direzione di capo dello stato e premier. In una lunga missiva la Kostantopoulu aveva scritto a Pavlopoulos e Tsipras dicendo che come deputato di Syriza non avrebbe mai votato una norma che sa tanto di colpo di Stato, mentre come presidente del Parlamento ne avrebbe volentieri ritardato tutti i passaggi. Concetti che ribadirà di persona oggi incontrando Tsipras. Forse, dice qualcuno, per consegnargli la propria lettera di dimissioni (dalla Camera e dal partito).

Di fatto se il distacco di Tsipras dalla placenta di Syriza, ovvero la rottura con la Piattaforma di Lafazanis e Kostantopoulou, fa sorridere i mercati e fa percorrere alla Grecia un altro metro nella direzione dei creditori internazionali, dall’altro non offre una chiarificazione politica. Le elezioni anticipate si terranno comunque, a questo punto più in autunno che a settembre (ma senza escludere sorprese) ma con la spasmodica necessità di Tsipras di individuare nuovi alleati, che intanto non sembrano disposti ad abbracciarlo.

L’ex ministro delle Finanze giustifica il suo sì con il fatto che quelle erano misure “che io stesso ho proposto in passato, anche se in circostanze diverse”. Il suo voto è per mantenere l’unità del partito anche se quelle riforme sono capestro e faranno solo del male alla Grecia. E quando ad esempio Varoufakis giustifica il suo voto favorevole con il fatto di voler dare ai suoi compagni la possibilità di “guadagnare tempo in modo da pianificare la nuova resistenza all’autoritarismo” non fa altro che aggiungere altra legna su un fuoco che non sarà facile spegnere. Tutti i partiti in Grecia pretendono infatti di uscire indenni dagli ultimi sei drammatici mesi.

Quella appena trascorsa è già stata ribattezzata la “lunga notte greca dei dissidenti”. Si dice che Tsipras voglia sostituirli con i “montiani ellenici“, ovvero i centristi di Potami ma nessuno (almeno ufficialmente) intende avviare un’alleanza sotto il sole, dal momento che ne perderebbe di immagine. Il premier infatti è sempre più visto come un giocatore che ha sbagliato praticamente tutte le mosse, tra puntate e rilanci (nonostante un sondaggio che lo dà al 42,5%). Non riuscendo nemmeno ad alzarsi dal tavolo quando aveva perso tutto. “Come potrebbe oggi rimettere in moto la fiducia di un elettorato che si sente tradito e di chi, da europeista, comunque non si fida delle sue strategie strampalate?” si chiede ad alta voce un dirigente di Syriza. Tra un Syriza che diventa di colpo partito di centrosinistra come il Pasok e i socialisti stessi, gli elettori “sceglierebbero l’originale”, è il ragionamento che si fa.

Per cui, più che economico il nodo in Grecia adesso è politico ma soprattutto di fiducia. I socialisti del Pasok farebbero volentieri a meno di Tsipras, puntando su un esecutivo di unità nazionale con le altre opposizioni e cementando un fronte pro Ue e contro i populismi. I conservatori di Nea Dimokratia, con il nuovo segretario Evangelos Meimarakis, smaniano dalla voglia di ricostruirsi un’immagine dopo gli insulti che proprio Syriza ha riservato loro in campagna elettorale, accusando l’ex premier Samaras di aver consegnato la Grecia ai “creditori internazionali diventati nel frattempo strozzini”. In un clima del genere l’elettore medio che non dovesse cedere all’astensionismo, potrebbe decidere di far lievitare il 7% dei voti di Alba dorata. “Almeno loro non cambiano idea, giusta o sbagliata che sia”, dice più di qualcuno dopo il voto.