Nei giorni in cui ricorre il ventennale del massacro di Srebrenica, e si ricordano orrori e si dimenticano responsabilità del sanguinoso conflitto da cui nacque l’attuale Europa, ricorrono i venticinque anni di un’altra grande scomparsa, quella di una delle nazionali di calcio più belle di tutti i tempi: la Jugoslavia di Stojkovic, Savicevic, Boban, Jugovic, Boksic, Prosinecki, Suker, Katanec, Mijatovic, Mihajlovic e molti altri. Il Brasile d’Europa. Una generazione di talenti capace di incantare il mondo con un futebol bailado senza paragoni né affinità con nessun’altra scuola calcistica europea, figlia di una casuale e irripetibile mescolanza culturale formatasi nel crogiolo dei celebri “sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito” che era la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Ufficialmente la nazionale di calcio jugoslava cessa di esistere il 1 giugno 1992, quando un fax della Uefa comunica che in ossequio alla risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del giorno precedente, la squadra non può partecipare agli Europei di Svezia ‘92 in procinto di cominciare: al suo posto sarà ripescata la Danimarca, che andrà poi a vincere.

In realtà, però, quella non è già più Jugoslavia, ci sono sette serbi, sei montenegrini, due sloveni e macedoni e un bosniaco. Mancano i croati, che già non erano in campo nell’amichevole del 25 marzo precedente contro l’Olanda, e nemmeno nell’ultima partita ufficiale, quella del 13 novembre 1991, Austria-Jugoslavia valida per le qualificazioni a Svezia ’92. I croati mancano ufficialmente dal maggio 1991, il mese prima che il paese si dichiari indipendente. Mancano in pratica già da due anni, da quei Mondiali di Italia ’90 di venticinque anni fa che hanno visto per l’ultima volta il Brasile d’Europa giocare con il pallone come nessun altro aveva osato fare nel vecchio continente. La storia del Paese è nota, e passa dal calcio, con il celebre incontro tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa – giocato il 13 maggio 1990, un mese dopo la vittoria in Croazia dell’ultracattolico fascista Tudjmancon gli scontri allo stadio Maksimir (guarda): il giovane Boban che prende a calci un poliziotto, i gruppi ultras di entrambe le parti che diventano palestra d’ardimento per macellai e criminali di guerra. La storia di quella nazionale che incanta a Italia ’90 lo è di meno.

Dopo il terzo posto ai Mondiali del 1930 e due argenti olimpici nel 1948 e 1952, la prima età dell’oro del calcio slavo è negli anni Sessanta, con la vittoria alle Olimpiadi e il secondo posto agli Europei nel 1960, il quarto posto ai Mondiali del 1962 e di nuovo il secondo posto agli Europei del 1968. Poi cominciano gli anni bui, interrotti dall’exploit del quarto posto all’Europeo di casa nel 1976, fino a che, nell’autunno del 1987, accade qualcosa: a Santiago del Cile la giovane Jugoslavia vince i Mondiali Under 20. Troppo tardi per qualificarsi agli Europei del 1988, giusto in tempo perché, tre anni dopo, ai Mondiali di Italia ’90 si presenta una delle squadre più forti di sempre. Le notti magiche non cominciano alla grande per i brasiliani d’Europa, battuti 4-1 dalla Germania all’esordio, ma già con la Colombia (1-0) e con gli Emirati Arabi (4-1) la squadra si riprende: piano piano entrano in campo i giovani trionfatori del Mondiale Under 20, e negli ottavi di finale contro la Spagna danno lezione di calcio. La partita finisce 2-1 con due gol bellissimi di Stojkovic, il secondo su punizione in apertura di supplementare (guarda). Il quarto di finale con l’Argentina di Maradona, perso ai rigori dopo l’errore dello stesso Stojkovic che spedisce la palla sulla traversa, è la scena in cui Gloria Swanson scende le scale ne Il Viale del Tramonto. Cala il sipario.

L’anno dopo la Stella Rossa vincerà la Coppa Campioni contro l’Olympique Marsiglia a Bari, e poi la Coppa Intercontinentale a Tokyo. In campo ci sono serbi, macedoni e montenegrini, ma la Crvena Zvezda oramai è una squadra serba: lo ha deciso la storia. Inizia l’esodo della generazione dei talenti slavi verso gli altri campionati, molti in Italia, altri in Francia e in Spagna: chi parte subito per il calcio, chi pochi anni dopo per scappare dalle bombe. Con la guerra che incombe ci sarà chi piglierà posizione, chi preferirà tacere, chi sceglierà la sua piccola patria e chi si rifiuterà di scendere in campo denunciando i bombardamenti della Nato. Famiglie separate e amicizie lacerate – vedi anche nel basket la separazione tra i due ex “fratelli” Divac e Petrovic – impediranno la già di per sé impossibile ricostruzione di quella che sarebbe stata la nazionale destinata a dominare gli anni Novanta. Ancora oggi, a immaginare una squadra che riunisca gli attuali migliori giocatori delle nazionali nate dalla dissoluzione della Jugoslavia, si riuscirebbe a costruire una delle favorite agli Europei del 2016. Ma con “sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni e due alfabeti” oggi questo non è più possibile.

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