La Pinotti (dicono sia ministro della Difesa, ma lei non è sicura) non si è fatta vedere. Ha mandato Domenico Rossi, giravoltante ex-generale che in due annetti scarsi ha cambiato tre o quattro volte casacca pur di star agganciato alla poltrona di sottosegretario. E dunque difficilmente sarebbe arrossito, nonostante il nome, ascoltando il discorso con cui l’ammiraglio Rinaldo Veri ha chiuso allo stesso tempo la sua vita militare attiva e l’anno accademico del Casd, il Centro alti studi della Difesa, di cui era presidente.

Che l’ammiraglio ne avrebbe approfittato per togliersi i proverbiali sassolini dalla altrettanto proverbiale scarpa era abbastanza prevedibile. Si dice sia un franco parlatore e di cose da raccontare ne aveva molte. A cominciare dalla vicenda indiana di Latorre e Girone. Alla quale Veri dedica due righe soltanto del suo discorso, ma sono due righe di accuse pesantissime per i destinatari, vertici dello Stato e della Marina. Veri è nato in India, a Bombay, e lì è vissuto per molti anni: “Un mio rimpianto risiede proprio nel non aver potuto, mettendo a profitto queste mie origini, contribuire alla causa, pur possedendo il vantaggio inconfutabile di conoscere la realtà sociale, culturale e relazionale con la gente e le istituzioni di quel paese”. Un pensiero che articolerà meglio in un’intervista a Il Tempo, un forte e dettagliato richiamo alle responsabilità di chi ha incancrenito una vicenda divenuta ormai quasi inestricabile anche per il sospetto che qualcuno abbia manovrato per nascondere le responsabilità di ordini sbagliati. Ma, diciamocelo, ci si può fidare di un mezzo straniero anche se ha i galloni di ammiraglio?

Sfuggito alla curiosità dei giornali, è tuttavia un altro il passaggio forte del discorso di Veri, quello che forse ha indotto ministra e reggicoda assortiti a tenersi a debita distanza da palazzo Salviati, sede del Casd. Il decalogo, puntiglioso e impietoso, dove Veri descrive il buon comandante. Dieci punti che non hanno nulla dell’imperiosa solennità delle tavole di Mosè ma che raccontano di un mondo, quello dei vertici militari, dove carrierismo, rancori, egoismi singoli e di gruppo, autoritarismo, incrostazioni burocratiche hanno ancora la meglio. D’altronde le intercettazioni pubblicate da Il Fatto Quotidiano delle illuminanti conversazioni tra #staisereno Renzi che sta preparandosi a fare le scarpe a Letta e il generale della GdF Adinolfi che vorrebbe far le scarpe al suo comandante generale raccontano di un club di gentleman, un mondo che almeno un po’ puzza dalla testa.

Il decalogo di Veri lo potete leggere qui, se volete. Io provo a dirvi i passaggi che mi hanno colpito di più:

– Non disperdete il vostro tempo cercando di compiacere i vostri superiori (ma si sa, la ruffianeria è pratica del tutto ignota nei palazzi romani con o senza stellette dove gli studiati ricordano bene quel passaggio dell’Orlando Furioso: Se poi si cangia in tristo il lieto stato, volta la turba adulatrice il piede);

–  Le persone sono al servizio delle istituzioni e non viceversa (ma chi è questo? Un rivoluzionario? O forse un pazzo? Vedete cosa succede a fidarsi degli stranieri);

– L’interforze è l’unica via percorribile per il futuro. Chi respinge questa realtà è in malafede e diventerà il peggior nemico della sua stessa forza armata (oddio, non si rende proprio conto di quello che dice: ma sapete quanti generali, ammiragli, colonnelli in meno se passasse questa sua idea balzana?);

– Cancellate dal vostro linguaggio la terminologia “competizione sana” tra le diverse forze armate (vai a capire: se andassimo tutti d’accordo dove sarebbe il divertimento? Con il pericolo per di più che i ruffiani rischierebbero di sparire. Ce lo possiamo davvero permettere?);

– Il comando, oggi, si deve esplicare soprattutto attraverso l’esempio personale e il consenso, e giammai attraverso il bieco autoritarismo (vedete, è un criticone: manda all’aria una tradizione italiana che ha avuto i suoi momenti più fulgidi con Cadorna a Caporetto ma che in piccolo continua anche oggi, per esempio, in certe stanze di vertice di Palazzo Marina);

– Il merito deriva dalla effettiva messa in campo delle prestazioni professionali e non dalla offerta di favori e comportamenti servili. Una organizzazione di successo non può mai reggersi sugli yes-men (ma sentilo, dove crede di essere? Se tutti facessero così chi porterebbe più le spigole in aereo da Roma in Val di Fiemme per il pranzo del generale e famiglia in pieno agosto? Diciamocelo, quei montanari non hanno davvero idea di che cosa sia il pesce fresco).

Honi soit qui mal y pense, non fate caso ai miei commentini alle frasi di Veri. È deformazione professionale e un maldestro tentativo di stendere un po’ di leggerezza su un argomento che è terribilmente serio. Davvero. E se l’ammiraglio ha avuto il merito e il coraggio di portarlo in un ambito pubblico, rompendo la pratica ipocrita del lavare i panni in famiglia, non è tuttavia il solo in tempi recenti ad accusare le storture di un sistema che, in barba ai tanti che fanno con onore e sacrificio il proprio dovere (o anche solo il proprio dovere, senza aggettivazioni ulteriori) è condizionato dalle camarillas dei mediocri.

A leggere quello che dice l’ammiraglio uno non può non notare le straordinarie similitudini con un altro documento fuori dagli schemi e di cui vi ho parlato qualche mese fa, la lettera del generale Vecciarelli al personale dello stato maggiore della Difesa. In entrambi i casi si legge l’insanabile contrasto tra un bisogno di pulizia ed efficienza e i mali antichi e contemporanei di un mondo che ancora spesso oppone gli egoismi personali e carrieristici al bene comune. Nulla di nuovo sotto il sole, direte. Di nuovo c’è che oggi qualcuno trova il coraggio di denunciarlo pubblicamente, come fa Veri. Cosa inusuale per un mondo che spesso fa del riserbo una bandiera. Ma evidentemente la misura è colma anche per chi porta le stellette. Anche se sono quasi sicuro che il giorno dopo l’ammiraglio Veri, capitano coraggioso, si sarà ritrovato un po’ più solo.

È vero che Veri quando pronuncia il suo decalogo forse ha in mente qualcosa di più di una generica denuncia di mali diffusi ma in qualche modo anonimi. Gli indizi sono più d’uno, e tutti concordanti. La competizione tra Forze armate, l’autoritarismo, il compiacere chi sta sopra sembrano puntare inequivocabilmente verso l’attuale Capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi che si dice sia molto apprezzato dalla ministra e dal cerchio magico del fiorentino (un altro Adinolfi?) ma molto meno, ad esempio, dal personale e dal generale Graziano, capo di stato maggiore della Difesa. Che anche l’assenza di De Giorgi al commiato di Veri sia stata una scelta di opportunismo?