15 anni fa il mio carissimo amico Sergio Frau è restato folgorato da un’intuizione di quelle che ti lasciano senza fiato e poi, essendo un grande giornalista, ha iniziato un’inchiesta vecchio stile, girando il Mediterraneo per incontrare i migliori ricercatori sul mercato: storici, paleogeologi, studiosi dei moti marini e ogni sorta di sapienti. In questi anni ho avuto il piacere prezioso di seguire questa ricerca a tratti più appassionante di un romanzo noir di Dashiel Hammett.

L’intuizione iniziale partiva da una domanda di quelle che a prima vista possono sembrare talmente banali che non ci fai caso. Io al suo posto il giorno dopo avrei iniziato a urlarlo al mondo. Ma Sergio, piede sicuro, attese accumulando indizi, verificando accenni, ammonticchiando elementi. Fino a quando il 10 marzo 2002, data fatidica, lanciò la bomba sulle pagine di Repubblica, con la prima puntata di un testo che avrebbe dovuto scuotere il mondo degli accademici. Ma i lettori dovettero aspettare fino alla quarta puntata per arrivare al nocciolo (gusto sadico della suspence)…

La domanda era: come mai Platone descrive le Colonne d’Ercole come un luogo dove il mare è poco profondo?
Il fatto è che a Gibilterra, al contrario, le acque sono molto profonde, minimo 300 metri!
Esiste invece un altro luogo dove il mare è stretto e disegna un confine naturale oltre il quale si apre “il grande mare” e dove volendo si può individuare più di un tempio dedicato a Ercole per spiegare il nome delle Colonne: il Canale di Sicilia! E possiamo osservare che tutte le vicissitudini storiche narrate dagli antichi si svolgono nella parte orientale del Mediterraneo, ricca di isole, mentre la di là della Sicilia si apre quello che a quei tempi poteva apparire come un grande mare, perigliosissimo per gli antichi navigli: l’oceano di Omero. Frau osserva anche che quel tratto di navigazione, con quelle acque basse e infide, foriere di naufragi corrisponde alla descrizione dei pericoli che le Colonne nascondevano. A prima vista parrebbe una questione da poco ma ridisegna tutta la geografia antica del nostro mare.
Quindi una grossa scoperta.

Ma negli ultimi 13 anni Sergio non ha smesso di ricercare, perché un sospetto tira l’altro. Se infatti spostiamo le Colonne ne discende una possibile nuova interpretazione del testo di Platone che descrive l’isola di Atlante “al di là delle Colonne” e di forma rettangolare. E se quell’isola fosse la Sardegna? Che a ben guardare è piuttosto rettangolare.
A questo punto l’elemento mancante era il cataclisma marino che distrusse l’isola di Atlante.

Così Frau si mette in caccia seguendo altre innumerevoli tracce. E alla fine grazie a Ettore Tronci, usando un drone che sorvola la Sardegna meridionale e la sua piana anch’essa rettangolare, dimostrano che un’ottantina di nuraghi sono tutti sepolti da un mare di fango, colpiti con un eguale orientamento, da sud verso nord; testimonianza materiale di un maremoto citato anche dalle fonti egizie che lo datano a più di tremila anni fa. E scopre pure chiari segni di una frattura spaventosa nella vita di quelle popolazioni, che scioccate dall’ecatombe cambiano costumi, abbandonano le coste e la navigazione ed emigrano sul continente raggiungendo perfino la Svizzera, dove il pericolo del mare sembra scongiurato.

Insomma, Atlantide a parte, si tratta di una scoperta enorme, che porterebbe a rivedere tutta la storia degli Shardana e della loro presenza determinante nello sviluppo delle culture italiche, a partire dagli etruschi con i loro bronzetti e le loro decorazioni, di origine sarda e la loro predilezione per la costruzione di villaggi sulle alture.

Il buon senso farebbe ipotizzare che il mondo accademico sardo si metta a discutere seriamente di questa ipotesi, ormai accreditata da molti storici europei, tanto da raggiungere recentemente l’onore di una mostra a Parigi e di un’inchiesta di Le Monde. Un’occasione straordinaria per la ricerca e anche per la visibilità di quest’isola meravigliosa.
Invece le baronie sarde guardano per lo più con iracondia il lavoro di Frau, tanto maleducato da sovvertire troppo le certezze. D’altronde le baronie archeologiche dell’isola sono da tempo specialiste nell’avvilire il patrimonio storico.

Negli anni ’70 furono trovate 150 statue di pietra alte più di 2 metri, risalenti a 3mila anni fa; queste statue sono di una bellezza scioccante e rappresentano guerrieri, detti i Giganti di Mont’e Prama. Le statue erano per lo più a pezzi e per 30 anni sono restate sepolte nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Mi chiedo in quale altra parte del mondo un tesoro di questa portata sarebbe restato così trascurato e praticamente sconosciuto. Solo nel 2005 queste cime della valorizzazione del patrimonio sardo si sono decise a incollare i pezzi, grazie a Soru… Ma hanno deciso poi di non creare una colossale esposizione unitaria ma di metterle un po’ qua e un po’ là per far contenti i diversi potentati. E neanche si sono dati da fare per costruire delle copie da schierare all’aperto per ricreare lo spettacolo che doveva produrre quel pantheon di giganti.
Misteri sardi su misteri sardi…

Per approfondire vedi www.colonnedercole.it