Una fuga all’inizio della guerra, la speranza di rientrare presto e invece non vedere la propria casa per decenni. A 27 anni Irvin Mujčić ha deciso di tornare a Srebrenica, sua città natale. Dopo essere cresciuto a Cevo, nelle valli bresciane, a dicembre è rientrato nella casa lasciata dalla sua famiglia agli inizi del conflitto in Bosnia in cui sono morti alcuni parenti, tra cui il padre e lo zio, vittime del massacro di Srebrenica compiuto dalle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic venti anni fa. Ora Irvin vuole curare le ferite e insegnare ai giovani europei come non ripetere quegli errori.

La fuga: “6mila marchi e gioielli per passare il confine”. E l’arrivo in Italia 
È l’aprile 1992. “La guerra stava cominciando. Erano i giorni dell’ultimatum ai bosniaci per aderire alla Grande Serbia – racconta Irvin – la notte si sentivano gli spari e i razzi e io mi nascondevo sotto il letto con il mio fratellino Nermin”. La madre decide di partire, ma lui voleva rimanere con il padre che, conoscendo il tedesco, lavorava come interprete per le truppe dell’Onu. Irvin si nasconde nel bosco, ma alla fine deve rinunciare: parte con la madre, la sorella maggiore Elvira, il fratello e i nonni. I primi problemi sono alla frontiera con la Croazia. “Siamo passati in maniera illegale. Abbiamo pagato circa 6mila marchi tedeschi e dato dei gioielli”. Arrivano a Podgora, prima da alcuni familiari acquisiti, poi dal settembre 1993 all’agosto 1994 stanno in un campo profughi: “I bosniaci musulmani erano molto discriminati. Una legge ci aveva vietato di andare a scuola coi cattolici”.

Allora nell’estate 1994 la madre decide di andare in Italia. “Arrivati a Spalato per il traghetto i poliziotti croati non volevano farci partire. Sono intervenuti alcuni attivisti italiani che volevano andare in Bosnia per una manifestazione per la pace e sono stati respinti, così hanno minacciato di bloccare la nave se la mia famiglia non fosse stata imbarcata”. Via libera. Da Ancona vanno a Brescia, dove alcuni comuni hanno deciso di ospitare i profughi bosniaci. “Gli altri avevano rifiutato di trasferirsi a Cevo e gli organizzatori ci hanno detto che sarebbe stato un ambiente simile a Srebrenica. A noi andava bene qualsiasi cosa. Pensavamo sempre ‘Ok, resteremo qua due o tre mesi, quattro al massimo, poi la guerra finisce e torneremo a casa nostra’, mentre la guerra non finiva”.

Il massacro: “Mio zio lo abbiamo trovato 8 anni fa, mio padre ancora no”
Se a Cevo i profughi stanno meglio, Srebrenica è destinata al peggio. “Quando è cominciata l’offensiva in casa c’era agitazione. Nessuno riusciva ad avere informazioni. Poi l’11 luglio Srebrenica è caduta definitivamente”. Dopo giorni di assedio le milizie serbo-bosniache entrano nella città e gli uomini musulmani spariscono. La situazione è poco chiara: “Non si è parlato subito di genocidio, nessuno immaginava che tutte quelle persone potessero essere uccise”, afferma il ragazzo. Il massacro emerge dopo: “Abbiamo scoperto che era vero quando sono state trovate le prime fosse comuni. Mio zio l’abbiamo trovato otto anni fa. Il suo corpo era quasi completo, mancava solo la testa e il braccio sinistro. Adesso è sepolto a Potocari”, luogo in cui c’è il cimitero con le 6.241 vittime identificate finora, una parte degli 8.372 scomparsi. All’appello manca suo padre: “Spero che sia ancora vivo e abbia un’altra identità”. Intanto le ricerche continuano e per il ventennale sono state sepolte altre 136 vittime identificate nell’ultimo anno: “Adesso stanno cercando nei boschi. Srebrenica è ancora piena di mine e stanno sminando, così trovano anche dei resti, ma ben poca cosa. Anno dopo anno diventa sempre più difficile”.

Il ritorno: “Voglio insegnare ai giovani europei a non ripetere quegli errori”
Irvin cresce in Italia. Non è facile. Gli incubi sono ricorrenti, a volte il ragazzo ha degli attacchi di panico. A Srebrenica va di rado. Del 1998 ricorda le case distrutte e abbandonate, coi segni dei proiettili: “Non volevo più tornare né in Bosnia”. Dieci anni dopo rientra per la sepoltura dello zio. Poi uno stop: “Volevo cancellare Srebrenica dalla mia vita, ma in qualche maniera la questione ritorna sempre dentro”. La questione è ritornata un’estate fa, durante un viaggio per ricordare il genocidio dei rom attraverso Auschwitz e Birkenau, Jasenovac e infine la sua città (si reputa che siano rom duemila delle ottomila vittime). “Venire qui per me è stato qualcosa di liberatorio e ho pensato di tornare a viverci”, dice. Così a dicembre 2014 rientra nella vecchia casa costruita dai genitori prima della sua nascita: “È anomalo che un ragazzo giovane ritorni – racconta -, ma tutti sanno da dove vengo, conoscono mio padre, mio zio, mia madre e mi parlano di loro. Mi chiamano ‘l’italiano’”.

Questa città, per lui, è ancora divisa: “Non c’è una grande comunicazione tra bosniaci e serbi. C’è una guerra silenziosa”. Lui l’ha vinta dopo aver intrapreso un percorso personale: “Sono riuscito a fare pace con me stesso. Frequento il pub dei serbi senza rancori. È tutto tranquillo, ma se parli della guerra cominciano i problemi”. Ora vuole superare questi problemi collettivamente: “Con cinque associazioni stiamo organizzando un seminario, ‘In marcia per la pace’, aperto a 25 attivisti provenienti da quattro paesi diversi e di varie etnie”. Ci saranno incontri con i sopravvissuti e le donne di Srebrenica e si lavorerà alla creazione di un sito internet, di un fumetto e di un manuale per gli studenti europei perché, spiega, “vorremmo ripetere il seminario tutti gli anni e fare percorsi educativi nelle scuole in Italia e in Francia”.

Srebrenica tra oblio e lotta alla povertà
In città resta difficile parlare del massacro. Di 15mila abitanti, la maggioranza è serbo-bosniaca, mentre i musulmani – che nel 1991 erano i tre quarti della popolazione – oggi sono circa un terzo. “Nel 2008 molti hanno lasciato la città”, dice Azra Ibrahimovic, cooperante del Cesvi, ong di Bergamo che qui ha aperto una “Casa del sorriso”. Lei è una sopravvissuta e racconta la sua storia agli studenti portati in Bosnia dall’associazione Acmos delle rete “We care” per il progetto “Meridiano d’Europa”: “Avevo 13 anni quando è cominciata la guerra. Nel 1992 ho perso mio fratello di 16 anni, poi mio padre e altri sei parenti, ma non ho smesso di dialogare con gli altri. Il conflitto non mi ha scoraggiata, ma ho lavorato su di me stessa per superare i traumi e dare un contributo”.

Anche lei spiega agli studenti italiani del clima strano in cui “gli avvenimenti del 1995 vengono negati e quindi si riaprono le ferite”. La maggior parte dei giovani vogliono affrontare altri problemi: “Non ci sono imprese e fabbriche, sono state distrutte – spiegano Alexander ‘Sasha’ Stevic e Dana Bucalina di “Prijatelji Srebrenice”, associazione fondata nel 2005 grazie a un’ong olandese – il nostro obiettivo è aiutare le persone a crearsi un’attività”. Nessun problema tra le etnie? “Le persone vivono col pensiero che è successo quel che è successo. I giovani invece non hanno vissuto la guerra”, sostengono. Per Nemanja Zekic, 27 anni, presidente dello Youth Center, tornare sulla questione riaccende le tensioni: “Non ci occupiamo di ciò che è passato, ma siamo focalizzati sul presente. Lavoriamo sull’inclusione sociale: non è un segreto che la Bosnia è tra i paesi più corrotti. Il primo datore di lavoro è lo Stato e c’è molto nepotismo”.

Twitter @AGiambartolomei