“E’ raro che una felicità si posi proprio sul desiderio che l’aveva invocata” (Marcel Proust)
“Secondo me tu hai paura di essere felice, Charlie Brown. Non pensi che la felicità ti farebbe bene? – Non lo so. Quali sono gli effetti collaterali?” (Peanuts, Charles Schulz)
“La suprema felicità nella vita è sapere di essere amati nonostante quello che si è” (Victor Hugo)

cenerentola

Rimanevamo tutti, sospesi e convenzionalmente soddisfatti, al richiamo finale del “E vissero felici e contenti” che tagliava la testa al toro a domande, interrogativi, curiosità. Il dopo era materia per dietrologisti e complottisti. Il dopo sarebbe andato bene, inutile chiedere, avere dubbi. Lui, lei e la felicità, questo mostro che nessuno sa che faccia abbia, perché cambia e si modella a seconda di chi la cerca e di che cosa, in definitiva, si stia cercando. Troppo facile dire “e vissero felici e contenti”. Che felicità e contentezza poi sono sentimenti di gran lunga differenti. Tra le favole, tutti ci siamo, almeno una volta nella vita, sentiti come Cenerentola. Esclusi, emarginati, fuori posto, lontani, soli, abbandonati.

Ciro MasellaChe fine ha fatto Cenerentola?” si è chiesto l’autore Giacomo Fanfani (scrittura pomposa, barocca, infarcita) e il regista, anche sulla scena, Ciro Masella. E la risposta è feroce e atroce. La felicità non esiste. O se c’è è pura parvenza, paravento, l’arazzo di Amleto, un poster, un panorama in cartolina, una slide lucida ma bidimensionale. Tre sorelle cechoviane ognuna che cova rabbia, desideri marci, rancore e veleno nei confronti delle altre che, sempre secondo l’ego personale, le ha schiacciate, ridotte, minimizzate, chiuse, tarpato le ali. In abiti monacali, tonache da preti lunghe e lucide, ma potrebbero anche ricordare delle geishe nel raro liscio, Masella è in nero pastorale mentre Rafael Porras Montero (recita sempre lacrimevole e forzatamente drammatico) è celestiaco sulla sedia a rotelle (echi dal ‘Finale di partita’ beckettiano) e alcolizzata. Sono brutte, storpie.

Anastasia e Genoveffa qui diventano Ann e Jenny (dei Pirati?) in un remake e rivisitazione dove entra prepotente lo star system, la voglia di notorietà a tutti i costi, la nostra società dell’apparire, l’essere famosi, la popolarità ricercata ad ogni costo, la riconoscibilità, il giudizio dell’esterno. Cenerentola infatti è Cindy perdendo la sua connotazione sporca, la cenere, ed elevandosi a rock star, a front man, a icona pop. E’ un mix, nella sua insoddisfazione e depressione, nel suo sentirsi vuota e automa nel rispettare canoni e vincoli, nelle sue catene e gabbie dorate, tra Lady Diana, nel suo tailleurino beige d’ordinanza (Caterina Fiocchetti, reciterà a fianco di Filippo Timi e diretta da Antonio Latella prossimamente; scorpora troppo le frasi in una sorta di ronconiana scansione tendendo, all’opposto di Montero, a sottolineare la battuta con il riso, non la aiuta il corposo e ridondante assolo), e la Callas (si sente anche il suo acuto in audio), Edith Piaf e la Monroe e Grace Kelly dive annoiate e stanche, barricate dentro al loro personaggio. Non necessariamente appannaggio di volti femminili: potrebbe essere infatti anche Elvis o Michael Jackson, Jim Morrison o Kurt Cobain.

Le sorellastre sono state assunte per rispondere alla Posta del Cuore, sorta di Natalia Aspesi o Rosanna Cancellieri, a nome della sorella divenuta celebre. Aprono degli squarci i monologhi di Masella, incisivo e tagliente, al microfono sul boccascena, pezzi fragili che raccontano la difficoltà del sentirsi ultimi, rinnegati, non voluti, non accettati, schifati, brutti. Schiacciate nell’anonimato e nell’ombra, nella vergogna dalla popolarità della sorella (il contrappasso), avvelenate dalla sua esistenza e dal suo successo mediatico, vedono nella moderna Cenerentola un parassita che si è cibata dell’amore che loro non hanno mai potuto ricevere, delle attenzioni che nessun uomo le ha mai dato, delle carezze negate, degli abbracci e affetti mancati e ormai perduti, vittime sacrificali. Non c’è più ambizione, la bramosia è azzerata, altro che i sogni son desideri; rimangono in piedi solo le illusioni, le delusioni, le privazioni, il nero del fondo di bottiglia senza uscita, dove la santità decantata si trasforma in Medea. E’ con il nostro modo di pensare e i nostri atteggiamenti ci costruiamo la felicità o l’infelicità, diceva Paul Verlaine, poeta maledetto o soltanto saggio?

Visto al Festival “Intrecci d’Estate”, Villa Gerini, Sesto Fiorentino, Firenze, il 1 luglio 2015