Quattro anni di reclusione per Filippo Penati, accusato di corruzione e finanziamento illecito ai partiti: è la pena chiesta al tribunale di Monza dal pm Franca Macchia. Il sostituto procuratore ha chiesto altre 8 condanne fino a 2 anni e 6 mesi e l’assoluzione per Giordano Vimercati, ex braccio destro di Penati. Dopo due anni di udienze è arrivato al giro di boa il processo per il “sistema Sesto”, il complesso puzzle di tangenti che secondo l’accusa girava attorno all’ex presidente della provincia di Milano. E’ stata un’udienza dedicata alla requisitoria del pm. In serata l’ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani si è detto “stupito e amareggiato” per una richiesta della Procura “preconfezionata oltre che esagerata”che “non tiene conto della verità emersa nel corso del processo in cui gli stessi miei accusatori, dopo essersi più volte contraddetti, hanno ritrattato”. Secondo Penati “non è emersa alcuna prova”, ma “non mi sarei mai aspettato tanta ostinazione e una richiesta così esagerata da apparire evidentemente preconfezionata, precostituita”. L’ex sindaco di Sesto San Giovanni aveva annunciato che avrebbe rinunciato alla prescrizione: poi però al momento di formalizzare la sua rinuncia non si era presentato davanti ai giudici. “Finirò assolto come è già successo davanti alla Corte dei Conti“.

La pubblica accusa ha chiesto che non vengano concesse a Penati le attenuanti generiche: la richiesta di condanna si compone di 3 anni richiesti per le presunte vicende corruttive a lui imputate e di un anno per l’accusa di finanziamenti illeciti ai partiti. Lo stesso Penati era presente in aula: secondo l’accusa, ha incassato 3,5 milioni di euro all’interno di un “vasto e diffuso sistema di tangenti che prevedeva un fiume di denaro per soddisfare le sue esigenze elettorali e quelle dei Ds milanesi”, ha spiegato il pm Macchia. “Un ordine di grandezza questo – ha continuato il magistrato- che trova riscontri nelle indagini e, se Penati parla di finanziamenti per le sue campagne elettorali per poche migliaia di euro, è soltanto perché lui si riferisce a quelli dichiarati e leciti”. L’ex responsabile della segreteria di Pierluigi Bersani avrebbe dimostrato “voracità” esercitando un controllo diretto sulle due società pubbliche che può essere riassunto in una “occupazione manu militari”.

A gestire il “fiume di denaro” sarebbe stato, secondo il pm, “l’architetto Renato Sarno, faccendiere per conto di Penati e gestore della sua contabilità occulta fatta di tangenti e finanziamenti illeciti”. Sarno avrebbe mosso circa 5,3 milioni di euro tra la Svizzera, Londra e strutture off shore. “Se Penati ha soldi all’estero noi non lo sappiamo, non sappiamo se li ha dati tutti ai Ds ma sappiamo che Sarno è l’uomo dell’ operatività finanziaria di Penati e solo l’architetto avrebbe potuto dirci dove sono andati quei soldi ma non l’ha fatto” ha detto il pubblico ministero.

Sarno è l’uomo che gestisce i ritorni per Penati e annota la contabilità occulta delle somme relative ad appalti pubblici, procacciando i fondi per le sue campagne elettorali”. Ed è seguendo i mille rivoli del denaro all’estero che “si evince come attraverso false fatture il faccendiere avrebbe trasferito ingenti somme all’estero che solo in parte sono finite sui conti svizzeri”. Per Sarno il pm ha chiesto una condanna a 2 anni e sei mesi.

Il magistrato ha incrociato il suo racconto tirando in ballo il file excel del luglio 2009, sequestrato a Sarno e nel quale viene indicata la somma di un milione e 398 mila euro , considerata dall’accusa come finanziamento illecito.

Il pm ha fatto cenno “ai racconti credibili” di uno dei principali accusatori di Penati, l’imprenditore Piero Di Caterina.  L’accusa ha quindi ripercorso i vari passaggi del “caso Codelfa, relativo alla terza corsia dell’autostrada”. La società Codelfa del gruppo Gavio in relazione a quell’appalto avrebbe ottenuto un profitto illecito di circa 18 milioni di euro e 2 milioni di quella somma sarebbe stata poi girata all’ imprenditore Di Caterina che chiedeva a Penati la restituzione dei suoi presunti finanziamenti illeciti. Un rapido passaggio della sua requisitoria, il pm l’ha dedicato alla compravendita delle azioni della Milano-Serravalle da parte della Provincia di Milano. “Diciamo pure – ha detto Macchia – che le famose tangenti sull’acquisizione della Serravalle non le abbiamo trovate, ma abbiamo trovato la contabilità analitica di Sarno che agiva per conto di Penati”. Per questa vicenda l’accusa ha chiesto due anni e sei mesi di pena per Bruno Binasco, imputato in qualità di manager del gruppo Gavio, mentre 2 anni con le attenuanti generiche sono stati chiesti per Di Caterina, che secondo il pm deve godere delle attenuanti “per il comportamento processuale”.

Degne di massima credibilità, per il pm, sono anche le dichiarazioni di Giuseppe Pasini, il quale mise a verbale che “Penati aveva chiesto 20 miliardi di lire per l’affare area Falck, anche se non per sé ma per il partito”. Capitolo quest’ultimo ormai coperto dalla prescrizione. Per Pasini il pm ha chiesto una pena a un anno e sei mesi. Una richiesta a 2 anni senza attenuanti, poi, è stata avanzata per Antonino Princiotta, ex segretario generale della Provincia di Milano. Chieste condanne anche per Norberto Moser (1 anno e 8 mesi), Massimo Di Marco (1 anno e 6 mesi) e per Gianlorenzo De Vincenzi (1 anno e 4 mesi). Per Giordano Vimercati, invece, il pm ha chiesto l’assoluzione.  Una confisca di circa 14 milioni di euro è stata invece chiesta per la società Codelfa.

Il caso Penati era scoppiato nel 2011: nel frattempo per l’ex responsabile della segreteria di Pierluigi Bersani è finita prescritta l’accusa più grave, cioè la concussione contestata per un presunto giro di tangenti in cambio di concessioni edilizie sulle aree ex Falck e Marelli di Sesto San Giovanni,  alle porte di Milano, dove Penati è stato sindaco in passato. Accusa nata proprio dalle dichiarazioni di Pasini. “Non c’è stato consentito di portare le vicende dell’area Falck in questo processo non solo per gli elementi nuovi introdotti dalla legge, ma anche perché l’imputato si è avvalso della prescrizione, che è comunque un suo diritto”, ha spiegato il pm Macchia nella sua requisitoria. “Su questi fatti – ha aggiunto il pm – Penati e le difese si sono opposti ad ogni possibile accertamento della verità”.