Dopo vari andirivieni è stata approvata in Parlamento una norma, a mio parere discriminatoria, sull’istruzione pubblica italiana: è un emendamento al decreto legge sulla Pubblica Amministrazione e dice che ove un concorso pubblico richieda come titolo di studio la Laurea, il voto potrà essere valutato “in rapporto a fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato e al voto medio di classi omogenee di studenti”. In pratica e per semplificare: 110 a Bari potrebbe non essere più equivalente a 110 a Torino. La ragione “ufficiale” del provvedimento è che c’è una discrepanza tra i voti di Laurea di università diverse: in alcune il 110 sarebbe molto comune, in altre piuttosto raro. Il rimedio sarebbe una forma di relativizzazione del voto: non più 110 o 108, ma 90mo percentile del proprio Ateneo, qualunque esso sia. Se la questione, posta in questi termini, è plausibile, le sue implicazioni sono pericolose: significa legittimare per legge che una università possa essere migliore di un’altra e preparare studenti migliori. Non era questo, forse, anche il senso della Valutazione Triennale della Ricerca (Vtr) poi diventata Valutazione Quinquennale della Ricerca e infine Valutazione della Qualità della Ricerca (Vqr)? Non si fanno in tutto il mondo classifiche della qualità delle Università? Un laureato di Harvard o di Cambridge non vale forse di più di uno che si è laureato a Camerino o a Messina?

A prescindere dal fatto che uno vale quello che vale, dovunque si sia laureato, e che non sono pochi gli esempi di persone che si sono laureate in Università ritenute modeste ed hanno poi svolto carriere brillantissime, la norma sebbene introdotta dall’On. Marco Meloni del Pd, è figlia di una ideologia piuttosto reazionaria ed è stata giustamente criticata dalle associazioni degli studenti. Negli Usa l’idea di classificare le Università, che sono in maggioranza private o semi-private, ha una sua perfida ragionevolezza: sono ricco, pago Harvard, voglio Harvard; sono povero non mi posso permettere Harvard, mi devo accontentare di una università di serie B e di un successivo inserimento lavorativo, almeno iniziale, corrispondente. In Italia le università sono quasi sempre pubbliche e sono pagate per circa l’80% dallo stato con i soldi delle tasse dei cittadini; il rimanente 20% viene invece dalle tasse di iscrizione degli studenti, anche queste però secondo fasce decise sulla base della capacità contributiva. Consegue che in Italia non è vera l’affermazione “pago Harvard, voglio Harvard”; in Italia la logica è “pago le tasse come tutti, mi prendo l’università della mia città (oppure mi tocca fare il fuori-sede, con tutti i costi relativi)”. In breve: l’impresa di valutare e classificare le Università ha una logica completamente diversa negli Usa e in Italia. Negli Usa lo scopo è garantire il cliente della validità del prodotto: Harvard può permettersi di costare tot perché vale tot. In Italia lo scopo dovrebbe essere quello di individuare le sedi di qualità inferiore per migliorarle e portarle almeno alla soglia del valore medio del paese, per garantire al cittadino che paga le tasse in una città un servizio non inferiore a quello di qualunque altro cittadino in qualunque altra città del paese.

La disparità tra i servizi pubblici nelle diverse sedi nazionali, in particolare quella storica tra settentrione e meridione, era sempre stata considerata in passato una piaga da sanare; con l’emendamento recentemente approvato diventa qualcosa da riconoscere e valutare. In pratica il Parlamento ha approvato una resa dello Stato, ammettendo che non è stato possibile garantire uguale qualità dei diritti a tutti i cittadini. Non si pensi che, dopo tutto, esistendo una disparità, il suo riconoscimento sia in fondo necessario: fino ad oggi la disparità non era considerata una cosa da accettare ma una cosa da correggere.

C’è poi un’altra ragione per la quale la legge è discriminatoria: non saranno i docenti o il Rettore, ma il neolaureato e lo studente ad essere penalizzati per aver frequentato una Università che sarà ormai ufficialmente riconosciuta di serie B, sebbene abbiano pagato allo stesso Stato le stesse tasse pagate dai loro colleghi nati e cresciuti in una città in cui c’era una Università di serie A.