L’ultimo contratto dei pubblici dipendenti è scaduto nel lontano 2009. Il rinnovo per il triennio 2010-2012 fu cancellato con il decreto legge 78 del 2010 (allora c’era il governo Berlusconi) e la norma piacque tanto ai governi che si sono succeduti, che hanno pensato bene di estenderla al 2013-2014 (governo Letta) e al 2015 (governo Renzi), per la parte economica. Su quest’ultimo punto è intervenuta la Corte Costituzionale che, il 24 giugno scorso, ha dichiarato l’illegittimità sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza. Prima di assumere qualsiasi decisione, il governo dovrà attendere il deposito della sentenza della Corte, che dovrebbe avvenire entro venti-trenta giorni ma potrebbe slittare anche a dopo le ferie estive. Diversi sono poi gli ostacoli normativi da superare, prima di riavviare la trattativa.

Prima di tutto il nodo dei comparti di contrattazione, che con il decreto legislativo 150/2009 (noto come “legge Brunetta”) non possono essere più di quattro. A deciderne la composizione, a meno che non intervengano novità con la legge delega di riforma della Pubblica amministrazione, sarà un accordo quadro tra Aran, l’agenzia che rappresenta il governo nelle trattative sui contratti, e organizzazioni sindacali. In pericolo i comparti di minori dimensioni, tra cui gli enti pubblici di ricerca, che sembrano essere destinati al sacrificio. Il secondo aspetto riguarda la copertura finanziaria che va prevista nella legge di Stabilità. Per il 2015, qualora ce ne fosse bisogno, il ministero dell’Economia potrebbe intervenire con una manovra di assestamento di bilancio, ma per il biennio 2016-2018 se ne dovranno occupare prima la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza prevista per settembre e, poi, la manovra di bilancio di fine anno. Questa uscita aggiuntiva, a meno che non sia compensata da entrate fiscali di pari importo, crea un problema ai conti pubblici impegnati in uno sforzo di rientro nei parametri concordati in sede europea su deficit e debito.

Il costo netto del rinnovo del contratto del pubblico impiego è, comunque, assai modesto. Considerando che le retribuzioni lorde nel 2014 erano 114,3 miliardi di euro, un’aliquota marginale di tassazione mediamente al 30 per cento e le percentuali di adeguamento di 0,6 per cento per il 2015, 1,1 per cento per il 2016, 1,3 per cento per il 2017 e 1,5 per cento per il 2018 definite dalla variazione dell’indice dei prezzi al consumo armonizzati al netto dei prodotti energetici importati, dalle casse dello Stato usciranno a regime (cioè nel 2018) poco più di 3,6 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti i maggiori contributi sociali da versare all’Inps.

Un dipendente pubblico con uno stipendio di 1.500 euro netti avrà diritto a un aumento di 9 euro nel 2015 (per i mesi successivi alla pubblicazione della sentenza), ai quali si aggiungeranno 17 euro nel 2016, 20 euro nel 2017 e 23 euro nel 2018. Meno di 70 euro in tre anni, ai quali si deve sottrarre l’indennità di vacanza contrattuale attualmente percepita, pari allo 0,75 per cento dello stipendio tabellare minimo (il 50 per cento del tasso di inflazione programmata per il 2010). Paradossale, poi, la situazione dei lavoratori che si trovano in una fascia stipendiale compresa tra 24.000 e 26.000 euro lordi l’anno, per i quali buona parte dell’aumento contrattuale sarà neutralizzato dalla contemporanea riduzione del famoso bonus di 80 euro. A conti fatti, quindi, dopo un blocco durato 6 anni, ai pubblici dipendenti spetterà un misero aumento, inadeguato anche a garantire il potere d’acquisto degli stipendi. E per poterlo riscuotere dovranno attendere la conclusione della contrattazione. Che non avverrà in tempi brevi.

di Franco Mostacci

Da Il Fatto Quotidiano del 1 luglio 2015