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Poi tra i cespugli, nera, intravedi la canna di un fucile. E allora capisci. Sei lì in auto incagliato nel traffico della sera, ma quello alla tua destra non è fumo di frasche bruciate nei campi: sono lacrimogeni. Di mezzo, questi 13enni in kefiah e fionda. Magri. Veloci. Non è traffico: sono scontri. Ma sei l’unico a guardare. Gli altri, in auto, cuffie alle orecchie, continuano a scrivere messaggi al telefonino. Spostati!, urla il tassista – ma non a un soldato: a un ragazzino. I palestinesi suonano spazientiti il clacson. Vogliono passare, è tardi.

Sulla nuova cartina di Ramallah, il Muro è elencato tra le attrazioni turistiche. “Deprimente”, dice la didascalia, “ma affascinante”. Perché è così, Ramallah. La prima foto che ho scattato qui, il mio primo giorno, era il 2007, è un bambino impolverato che beve acqua piovana da una cisterna. Ora quella cisterna è la piscina dell’hotel Mövenpick, 200 dollari a notte. Ora è tutta caffè e ristoranti, Ramallah, temporanea capitale palestinese, è tutta negozi, siepi, fiori, pavimenti in basalto, la musica di Justin Bieber pompata fino all’alba.
Da quando con Salam Fayyad, nominato primo ministro tra le macerie della Seconda Intifada, nel 2007, si è deciso che non ha senso continuare a negoziare, aspettare la fine dell’occupazione, che l’unica è iniziare intanto a costruire questo stato indipendente, letteralmente, mattone a mattone, per poi ottenerne il riconoscimento all’ONU, avere un prestito, qui, un mutuo, è diventato semplicissimo. E tutti hanno comprato la casa, l’auto. La lavatrice. Hanno aperto un negozio.

L’occupazione, a Ramallah, non si sente più.  Da qui a Gerusalemme sono sempre 12 chilometri, e sono sempre due, tre ore – dipende dall’umore dei soldati di turno: e a condizione, naturalmente, di avere l’autorizzazione di Israele: perché di mezzo, tra Ramallah e Gerusalemme, c’è sempre il checkpoint di Qalandya. C’è sempre il Muro. Ma ora gli israeliani hanno questa pettorina fosforescente tipo operai in autostrada, uno raccoglie gentile da terra una moneta a un’anziana. E il 18 ora non è più un vecchio furgoncino rattoppato, ma un pullman con l’aria condizionata, e non parte più da uno slargo dissestato, ma da una stazione con transenne e corsie e rete wi-fi. Il cartello dice: Bus Stop Qalandya.

Perché è così Ramallah. Normale.

Però poi entri in un negozio qualsiasi, un qualsiasi supermercato: e tutto è made in Israel. Non c’è niente di palestinese, qui: neppure un uovo. Poi giri per al-Masyoun, l’elegante quartiere delle banche, degli uffici tutti pietra e vetro, quindici piani, gli uscieri in divisa, e ti imbatti in un muro, all’improvviso: e dietro il muro c’è il campo profughi di al-Amari, 10mila persone e niente acqua, niente elettricità, una scheggia di Africa – queste case scalcinate, tra i vicoli umidi, questi bambini scalzi e stracciati, senza denti, le capre tra la spazzatura lasciata a marcire al sole, ti fermi a scrivere due appunti e la mano si copre di mosche. Si muore spesso, qui, colpiti da proiettili israeliani. Le incursioni a caccia di imprecisati “terroristi” sono quasi quotidiane. Ma i negozi non chiudono più a lutto, quando c’è un nuovo martire. E le foto dei martiri sono state sostituite da pubblicità di bambini biondi e cereali americani.

Perché è così, oggi, la Palestina. Contraddittoria. Complessa.
E smarrita.

L’occupazione, in realtà, non è affatto cambiata. Non si è smussata. Anzi: se il potere, come diceva Hannah Arendt, è il contrario della violenza, il dominio israeliano qui è più saldo di sempre: perché non ha più bisogno di armi. E’ interiorizzato. Le scazzottate sono frequenti, a Qalandya: ma non per abbattere grate e inferriate: per rispettare la fila.

L’attenzione internazionale, comprensibilmente, è tutta per Gaza. Tutta per il sangue, le macerie, i morti: la disperazione: Gaza è sotto assedio da otto anni, ormai, non c’è più neppure l’acqua: solo acqua di mare, acqua salata – ma le armi di Israele, in realtà, sono molto più sottili, molto più sofisticate di quelle necessarie ad attaccare bambini: perché poi il 43.5 percento della popolazione, a Gaza, ha meno di 14 anni: le armi di Israele non sono tanto gli aerei e i carrarmati, ma le leggi e le procedure. “I checkpoint ora sono di meno, è vero, e i controlli comunque sono minimi”, spiega Shir Ever, economista che ha iniziato a studiare la West Bank quando ha notato i suoi prezzi: più alti del 30 percento che in Israele, dove il reddito pro capite però è 20 volte maggiore. E’ l’effetto di costi di trasporto e oneri burocratici. Di strade più lunghe per aggirare gli insediamenti, derrate scadute in attesa dell’ennesima autorizzazione: è l’effetto di barriere invisibili.

“L’obiettivo di fondo è l’imprevedibilità. Rendere il movimento imprevedibile, non impedirlo – così che in apparenza, tutto sia normale. Ma qui si può essere fermati, e magari arrestati, in qualsiasi momento. Con qualsiasi pretesto. E questo incentiva i palestinesi a chiudersi nelle città. A isolarsi. Non è solo Gaza a essere separata dalla West Bank, ma Ramallah a essere separata da Nablus, e da Hebron e da Jenin. Da Gerusalemme. Perché non sai mai se arriverai o meno, e quando, e quindi, alla fine, non ti sposti neppure. Resti a casa”. Ti chiudi nel tuo piccolo mondo. Perché le armi possono essere nuove, nuovissime, qui, in cielo possono esserci i droni, ma la strategia è vecchia: è sempre la stessa: è il divide et impera.

E tutto questo è il compimento, sottolinea Shir Ever, non il fallimento, del processo di pace. Degli accordi di Oslo. Che nel 1993, in nome del progressivo autogoverno dei palestinesi, hanno suddiviso la West Bank in aree A, B e C – ulteriormente frantumate dagli insediamenti in oltre 120 isole non connesse tra loro. Solo l’area A è sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Il 18 percento della West Bank. L’Area C, il 61 percento, è sotto il controllo di Israele: ed è lì che è in corso la battaglia vera. Nelle aree rurali. In cui l’occupazione è quella di sempre. “Perché Israele mira alla terra della West Bank, non a Gaza. Anzi. Se si libera di Gaza, si libera di 1.8 milioni di arabi. E può annettersi la West Bank, o meglio, le città della West Bank, mantenendo una maggioranza ebraica. Ramallah, Nablus, come ora ha Haifa. Tra un po’ saremo noi palestinesi i coloni di una West Bank tutta israeliana”, dice Mustafa Barghouti, uno dei mediatori più noti.

(continua..)

Photo: ‘Il Muro’ @Andrea & Magda