Flash. Parco giochi Overste den Oudenlaan. Una muraglia di biciclette appoggiate l’una sull’altra, attorno al recinto. Senza lucchetti. Lì passa, a 1400 metri dal traguardo, la prima tappa del Tour de France 2015, il 102esimo della storia: da Utrecht a Utrecht, 13,8 chilometri a cronometro, nel cuore della città olandese più ricca e tecnologica, proiettata in un futuro dove l’auto sarà sempre più confinata fuori dai centri urbani. È infatti concepita per la bicicletta che qui è qualcosa di più di un mezzo per spostarsi, è un modo di vivere, una religione salutista, uno strumento di socialità.

Vicino alla Centraal Station stanno costruendo il più colossale parcheggio per bici del mondo, potrà accoglierne 12500, basta camminare per capire la differenza con casa nostra: le piste ciclabili sono davvero piste ciclabili, un reticolo fitto, assolutamente alternativo alla rete stradale. Il Tour è come la ciliegina sulla torta, l’evento perfetto di uno sport vissuto come grande festa popolare, come sublime spettacolo. Utrecht, grande “parrocchia” del ciclismo. Oggi e domani – si corre ancora in Olanda, l’arrivo è simbolicamente fissato su una diga – più della corsa, vale il contesto.

Sebbene, sia pure parametrato alla brevità della tappa, qualche primo responso c’è stato. Ha vinto il giovane Rohan Dennis, australiano della Bmc. Ha relegato a cinque secondi il possente tedescone Tony Martin, favoritissimo della vigilia, campione del mondo tre volte di seguito della specialità (dal 2011 al 2013), detto Panzerwagen, locomotiva del gruppo. A sei secondi si è piazzato Fabian Cancellara, altra star delle corse contro il tempo. Primo degli italiani, il campione nazionale Adriano Malori, ottavo. Dei quattro grandi favoriti per la vittoria finale, il migliore è stato Vincenzo Nibali. Ventiduesimo, ha buscato 43 secondi da Dennis. Ma ne ha rifilati sette allo spocchioso Christopher Froome (39esimo), quindici al Pistolero Alberto Contador (46esimo), le cui pallottole oggi sono parse leggermente spuntate. Infine, chi è andato peggio è stato Nairo Quintana, che ha preso diciotto secondi da Nibali. Dunque, buoni segnali per lo Squalo dello Stretto. Non soddisfacenti, invece, quelli dei francesi che lo scorso anno fecero da valletti al podio di Vincenzo: devono accontentarsi del diciottesimo posto di Thibaul Pinot, che ha pedalato due secondi più veloce del nostro siciliano. Volendo rigirare il coltello nella piaga, agli ultimi tre posti ci sono tre francesi, sette negli ultimi otto…”lanterne rouge” – ossia maglia nera – è Mikael Cherel.

Una volta tanto, non ci sono state né cadute né ritiri: ottima organizzazione, ottima qualità del manto stradale. La municipalità di Utrecht se lo può permettere: la città, quarta per numero d’abitanti, è la più ricca dei Paesi Bassi. Nel 2010 la provincia ha ricevuto il titolo di regione più competitiva tra le 271 dell’Unione Europea. Già, l’UE. In questo Tour corrono 198 corridori di 32 nazionalità, ci sono persino due eritrei e addirittura una squadra del Sudafrica. L’Unione Europea è largamente rappresentata da 152 concorrenti di diciotto Paesi, oltre il 76 per cento: 41 francesi, 20 olandesi, 16 italiani, 15 spagnoli, 11 belgi, 10 tedeschi ed altrettanti inglesi, quattro polacchi, idem portoghesi e cechi; tre austriaci, tre danesi, tre irlandesi e tre del Lussemburgo. Ancora: due estoni, un lituano, uno slovacco e uno sloveno. Ma non c’è nessun greco nel plotone. Nemmeno il pur valido Ioannis Tamouridis, ottimo passista, che ha partecipato alla Roubaix del 2013, concludendola sessantesimo e due mesi dopo si è schierato alla partenza del Giro d’Italia (quello vinto da Vincenzo Nibali) finendo 152esimo; come pistard ha ottenuto delle belle soddisfazioni: l’argento ai Mondiali su pista di Los Angeles nella specialità a punti e il bronzo a Bordeaux, sempre lo stesso anno, nello scratch.

Alexis Tsipras se ne farà una ragione. Darà la colpa a chi finanzia il ciclismo professionistico e non apprezza il talento del trentacinquenne Ioannis. Tuttavia, se Mosca ha promesso d’aiutare Atene, l’azerbagiana Baku (nel senso di Synergy Baku Cycling Project) ha fatto di più: ha ingaggiato il campione greco, vincitore di quattro titoli nazionali su strada e ben otto contro il tempo, gli ha dato cioè una chance. Quel che Bruxelles non ha fatto con la Grecia…e neanche il Tour, solitamente così attento a riproporre in salsa ciclistica i problemi e le tensioni dell’attualità.