29 giugno 2014, primo giorno di Ramadan. Combattenti jihadisti che lottano a fianco delle milizie ribelli in Siria e Iraq annunciano la restaurazione del califfato islamico. Il 4 luglio, cinque giorni dopo, Abu Bakr al-Baghdadi si presenta ai suoi fedeli e al mondo intero come il nuovo califfo e lo fa con un discorso di 15 minuti all’interno della grande moschea di al-Nouri, a Mosul, la capitale irachena di Daesh. “La creazione di un califfato è un obbligo. Non c’è vera religione finché non viene affermata la Sharia” sono le parole con cui inaugura l’espansione della sua creatura nei territori tra Siria e Iraq. “Quello è stato un incredibile atto di forza – dice a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Dentice, esperto di Medio Oriente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) – Col tempo il movimento è cresciuto e si è rinforzato, ma la proclamazione rimane un punto altissimo nella sua storia: hanno ricreato il Califfato, l’Emirato Islamico, obiettivo di molti gruppi jihadisti mondiali che nessuno, fino ad allora, era riuscito a raggiungere”.

Quando nacque, il gruppo guidato da al-Baghdadi si è fatto subito distinguere per la violenza delle proprie azioni e per le esecuzioni barbare filmate e diffuse su Internet come atti di forza e superiorità nei confronti degli “apostati” e degli “infedeli”. Era difficile immaginare che, nell’arco di un anno, un gruppo composto da circa 20mila miliziani, sganciatosi da al-Qaeda sbattendo la porta in faccia al suo leader, Ayman al-Zawahiri, potesse diventare una potenza che, oggi, conta “circa 25mila foreign fighter, senza considerare tutti i combattenti siriani e iracheni che hanno giurato fedeltà all’autoproclamato califfo”, e un patrimonio che supera i due miliardi di dollari. Così quello “Stato” che occupava una parte dei territori tra Iraq e Siria e che ha in Raqqa la sua capitale ha potuto espandersi e puntare ad altri Paesi dell’area mediorientale e nordafricana.

Traffico di armi, petrolio, opere d’arte, uniti a una grande campagna mediatica di radicalizzazione e reclutamento hanno permesso allo Stato Islamico di finanziarsi, aumentare il numero delle proprie milizie e iniziare a gettare le basi per la conquista di territori in Libano, Libia, Sinai, Algeria e, negli ultimi mesi, Tunisia. Tutti Stati dove l’azione dei jihadisti in nero ha provocato vittime come nei territori controllati fin dalla proclamazione del califfato. Manovre che hanno permesso a Isis l’accerchiamento del Mediterraneo, grazie ad attacchi mirati e spettacolari che hanno aumentato la percezione della forza dei terroristi.

“Il gruppo si è sicuramente sviluppato e si è iniziato a guardare intorno – continua Dentice -, ma è ancora prematuro parlare di Isis nei Balcani, in Tunisia o in Egitto. L’attività di gruppi radicali più o meno legati o vicini allo Stato Islamico è cresciuta, ma è prematuro dire che Isis stia conquistando questi Paesi. Certo, non si può negare che stia preparando il campo a un ‘salto di qualità’”. Un ulteriore step che segnerebbe la continuità con lo “sviluppo lineare e costante” avuto negli ultimi 365 giorni. “Isis si è sviluppato tantissimo dalla sua fondazione, nel 2004, – spiega l’analista – ma è cresciuto anche dalla proclamazione del califfato. È difficile parlare di momenti più alti e momenti più bassi. La conquista di Kobane o quella di Ramadi sono stati degli indubbi successi, soprattutto dal punto di vista simbolico, come è vero che le voci su una possibile morte di al-Baghdadi possono aver generato difficoltà e preoccupazioni interne al gruppo. Ma bisognerebbe capire quanto questi momenti di gloria o difficoltà siano stati effettivamente reali o, invece, nostre semplici percezioni dettate anche da una forte influenza mediatica”.

Di sicuro c’è che lo Stato Islamico è entrato prepotentemente nello scenario del terrorismo globale, presentandosi subito come un movimento portatore di novità: “Innanzitutto – conclude Dentice – ha proposto un’organizzazione centralizzata, con un leader e con i gruppi affiliati che vengono fagocitati dal movimento, diventandone parte e perdendo anche alcune caratteristiche proprie. Niente a che vedere con al-Qaeda, dove i vari gruppi locali condividono il messaggio e le linee guida dell’organizzazione, mantenendo, però, una sostanziale autonomia”. Questa concezione centralizzata del potere, unita al simbolismo e alla grande forza mediatica, ottenuta attraverso lo studio di messaggi propagandistici con metodi e tecniche degne delle migliori case di produzione occidentali, sono le armi che hanno permesso ad Abu Bakr al-Baghdadi di sganciarsi da al-Qaeda e diventare il leader del gruppo terroristico che, oggi, è riuscito a togliere la leadership al movimento fondato da Osama bin Laden.

Twitter: @GianniRosini