Sulle due sponde dell’Atlantico è da tempo che si ragiona su un accordo il cui obiettivo dichiarato è quello di creare occupazione e crescita rimuovendo le barriere commerciali e sugli investimenti tra le due più grandi economie del mondo, quella dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America. Se e quando le negoziazioni giungeranno al termine, si tratterà del più grande accordo bilaterale mai esistito. La relazione economica e commerciale transatlantica è la colonna portante dell’economia mondiale. Insieme, l’Unione Europea e gli Stati Uniti fanno quasi la metà del Pil e un terzo del commercio mondiale. Ogni giorno i due giganti si scambiano beni e servizi per circa 2 miliardi di euro. Si stima che 15 milioni di posti di lavoro dipendano dalla relazione tra le due economie ma gira voce che ci sia consapevolezza diffusa sul fatto che questa relazione privilegiata abbia ancora parecchie potenzialità in serbo per entrambe le parti.

Ma non nascondiamoci dietro a un dito, non ci sono solo ragioni di natura economica dietro alla genesi di questo partenariato. La volontà di ridargli slancio è anche frutto del tentativo di dare corpo a una risposta congiunta alla crisi e di ristabilire un ordine economico mondiale post-2008 o, sostanzialmente, contenere i danni per l’Occidente altrimenti detto the Western World. E’ vero che l’economia europea e quella statunitense sono le più integrate al mondo e che, sin dall’inizio degli anni ’90, le istituzioni europee hanno lavorato per promuovere la cooperazione economica transatlantica riducendo le barriere superflue e i costi per le imprese che derivano dalle differenze legislative e regolamentari tra le due sponde.

Adesso però sembra esserci la volontà di accellerare per raggiungere un accordo entro la fine del mandato di presidenza targato Obama. Dal lato degli States perché esso costituisce una delle due assi fondamentali della strategia del Presidente Arlecchino in materia commerciale insieme al partenariato transpacifico, da quello dell’Unione perché si ha paura di perdere l’occasione storica di fissare nuovi standard che facciano da modello per tutti i futuri accordi commerciali e, parallelamente, di essere incapaci di frenare il definitivo spostamento dell’asse del commercio mondiale dall’Atlantico al Pacifico. Inoltre gli europei sanno che al tavolo delle trattative, dopo l’eventuale conclusione dell’accordo transpacifico, il loro potere negoziale arriverebbe irrimediabilmente ridimensionato.

Intanto però la democrazia sembra fare a pugni con l’esigenza di affrontare un negoziato di tale portata, svolto in più round, in maniera celere, partecipata e pubblica. Nonostante la promessa di Cecilia Malmström, commissario europeo per il commercio della commissione Juncker, di effettuare consultazioni più estensive sul Ttip e di assicurarsi che la pubblica opinione abbia accesso ad informazioni complete e accurate sugli orientamenti dell’Unione Europea all’interno dei negoziati al fine di “dare risposta alle preoccupazioni e sgombrare il campo dalle percezioni erronee”, posso affermare di non poter conoscere allo stato attuale quello che conterrà il testo del Ttip. Dell’accordo conosciamo potenzialità e criticità ma non il preciso stato dell’arte. Occorre quindi sospendere il giudizio, almeno fin quando non sarà tutto “declassificato” e reso pubblico.

E’ chiaro a tutti il Ttip non è sotto la stretta osservazione dei soli negoziatori, dei governi e delle opinioni pubbliche euro-statunitensi ma che interessa multinazionali, lavoratori, piccole e medie imprese, consumatori, produttori e molte altre categorie di entrambi i continenti: tutti subiranno le sue profonde conseguenze, positive o negative che siano ed è per questo che dovrebbero interessarsene prima che sia troppo tardi. Fa specie come questo tema, pur di enorme portata, venga discusso così poco e male. Le intenzioni del Ttip sono del tutto nobili: garantire un più facile accesso ai mercati coinvolti per le imprese, rafforzare la cooperazione normativa e definire degli standard internazionali che non siano al ribasso per l’Unione Europea, veniamo continuamente rassicurati.

Lo scorso anno l’Italia ha esportato beni per il valore di 400 miliardi di euro. Le esportazioni europee di beni e servizi nel mondo hanno sostenuto più di 3 milioni di posti di lavoro nel nostro paese. L’Istituto italiano per il Commercio Internazionale ha stimato che un accordo ambizioso sul Ttip potrebbe aumentare le esportazioni italiane negli Usa per circa 5,6 miliardi di euro e creare fino a 30000 nuovi posti di lavoro. Capite bene che gli esiti di quest’accordo saranno di vitale importanza per noi. Il Ttip rappresenta una delle tappe più significative nella definizione di un nuovo equilibrio mondiale. Coraggio e una giusta dose di aggressività competitiva potrebbero aiutarci a far sì che si riveli una grande opportunità, diversamente paura e intimorimento non faranno altro che aprire il nostro mercato interno al conquistatore statunitense una volta siglato l’accordo. Quale delle due sarà la nostra strada?

Se un giorno dovessi guardarmi indietro mi piacerebbe poter pensare: “L’Europa ha saputo fare i propri interessi con quest’accordo e non quelli degli Stati Uniti d’America.” Speriamo che sia davvero così.