Le strade davanti agli ospedali di Diyarbakir sono affollate di gente pronta a donare il sangue per gli almeno 350 feriti rimasti vittime delle due esplosioni avvenute nella serata di ieri durante un raduno del partito filo-curdo Hdp: secondo quanto riferisce l’agenzia curda Fiat, hanno perso la vita 4 persone, in quello che il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas, ora in quota per sfondare lo sbarramento del 10% per entrare in Parlamento, ha definito “un attacco” sferrato poco prima del suo comizio. Una storia, quella delle elezioni turche di domani, tra le più difficili e complesse che il paese si sia trovato ad affrontare. Più di quelle dello scorso anno, quando i 57 milioni di turchi alle urne scelsero direttamente, e per la prima volta, il loro presidente. Quando mercoledì la “gola profonda” Fuat Avni aveva gridato ai brogli elettorali con un suo tweet, gli osservatori dell’Osce erano già ad Ankara, pronti a vegliare sulle urne.

A Diyarbakir da qualche giorno è arrivato anche Ignacio Sanchez Amor, deputato spagnolo del Psoe: con lui, guidati dall’olandese Tiny Kox, altri 28 membri dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, di stanza in Turchia fino al prossimo 8 giugno. Fanno parte di un piccolo esercito di più di 100 osservatori internazionali, provenienti da oltre 20 paesi diversi, ma sotto l’egida dell’Osce. Sono 50 i parlamentari dell’organizzazione, tutti già atterrati nel quartier generale di Ankara, dove parteciperanno in queste ore ad un briefing prima dell’inizio ufficiale delle operazioni di voto. All’incontro ci saranno anche i rappresentanti del Consiglio Elettorale Supremo (lo Yüksek Seçim Kurulu), dei partiti, membri dei media e della società civile, e gli osservatori dell’Odihr, l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani. La loro missione terminerà il 16 giugno. A guidarla, c’è l’ambasciatore tedesco Geert-Hinrich Ahrens, ad Ankara già dal mese scorso, insieme ad altri 10 esperti che compongono il suo ‘core team’, provenienti da paesi come Danimarca, Russia, Bosnia, Bulgaria, Canada, Polonia (c’è anche l’italiano Pietro Tasfamarian). Altri 18 osservatori sono stati distribuiti nel resto del paese.

Sanchez Amor ha incontrato il governatore della regione di Diyarbakir, Hüseyin Aksoy, insieme agli altri rappresentanti della società civile e ad alcune donne attive nei movimenti per i diritti civili. “La sicurezza a Diyarbakir è fondamentale”, dice Sanchez Amor. “Ci troviamo a ridosso di uno dei confini più caldi di tutto lo stato. Poco più in là, in Siria, si combatte ogni giorno. Sono stato particolarmente colpito dalla grande solidarietà dimostrata dalla popolazione locale che ha di fronte ai propri occhi, ogni giorno, la tragedia dei profughi e dei rifugiati siriani, chiamati qui ‘gli ospiti siriani’ – afferma il deputato socialista, rappresentante anche per l’Assemblea Parlamentare Speciale sulla sicurezza ai confini – tuttavia durante i miei incontri ho potuto notare le altre sfaccettature di queste votazioni, inclusa la campagna elettorale e la risposta dei media. Sono fattori che non possono essere sottovalutati di fronte a un paese che si avvicina al voto diviso tra nazionalismi e ideologie”.

Della missione fa parte anche Vilija Aleknaite Abramikiene, vice presidente lituana dell’Assemblea Parlamentare dell’Osce: è arrivata ad Adana, città vicina al confine ovest con la Siria, all’inizio di questa settimana. Lì ha incontrato il governatore Mustafa Büyük, insieme ai rappresentanti di diversi partiti politici, a gruppi di votanti e delle associazioni locali. “Le bombe esplose nel quartier generale dell’Hdp ad Adana due settimane fa sono un ricordo ancora vivido e intenso, che ha scosso la sicurezza del paese. Sono comunque rincuorata dal fatto che i candidati e i militanti stiano lavorando tra la gente per la campagna elettorale. Spero che le autorità turche continuino a fare il loro meglio per garantire la sicurezza a tutti i candidati e alle rappresentanze partitiche, facendo in modo che quanti più elettori possano votare”.

Al fianco dell’Osce, alcune Ong si sono mobilitate per presidiare i seggi durante lo spoglio. In gioco c’è la costruzione di un governo monocolore, guidato dal “one-man show” Recep Tayyip Erdoğan. A essere in dubbio non è tanto la riaffermazione dell’Akp, quanto il suo strapotere. Un partito che ha puntato tutto sulla soglia a rischio dei 330 seggi, utili al suo leader per formare un governo monocolore e modificare la costituzione in senso presidenzialista.