Ieri sera, tornando a casa dal lavoro, nella cassetta della posta ho trovato due missive che mi hanno fatto molto riflettere. Una proveniva dall’ultimo Comune campano in cui sono stata residente, prima di trasferirmi a New York e mi ricordava del voto di domenica. Come sempre, da anni, ho sentito per un attimo un’emozione: la conferma di un mio diritto fondamentale come quello del voto è una cosa importantissima. Ho sempre votato e credo nel voto come strumento di partecipazione attiva alla vita democratica. E poi, non che avessi bisogno di ricordarmene, ho pensato alla Campania, la mia terra madre, che mi chiedeva di esprimermi sulla scelta del nuovo governatore.

Essendo una persona di “sinistra” o – diciamo almeno – democratica, il mio voto dovrebbe “naturalmente” andare al candidato del Pd, Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno da quando io ero una ragazzina e Enrico Berlinguer era ancora una figura di riferimento importante per quel partito che pure attraversava un cambiamento importante. Ed Enrico Berlinguer era una brava persona. Per questo, sapendo che non voterei l’uscente presidente Caldoro che non mi rappresenta in nulla, ho sentito profonda e dolorosa tristezza al pensiero che non voterei, non potrei mai farlo, nemmeno per il candidato di quello che resta, spesso non sempre, il mio partito.

Non voterei De Luca per una questione di “identità” diciamo così, visto che io non posso identificarmi con un candidato così: che non è stato un buon amministratore, che ha dei modi antidemocratici e condannabili dal rigore che la politica richiederebbe, che insulta pesantemente i rappresentati dell’informazione, strumento fondamentale di un Paese civile e democratico, che si è prodigato spesso in scene raccapriccianti nei confronti degli immigrati e potrei continuare all’infinito.

In più, De Luca, che finisce sul Financial Times solo per i suoi demeriti, facendoci finire anche noi campani, è appoggiato dagli ormai famosi “impresentabili” di cui non devo nemmeno parlarvi perché lo sta facendo da settimane, in maniera eccellente, il collega Vincenzo Iurillo. E il suo “non votateli” è un’offesa a tutti i campani perbene che sono tanti, che sono maggioranza, sebbene avvilita e ammutolita. E non mi dite più “gli altri sono peggio”: ci sono ragioni precise che spiegano il profondo baratro in cui è caduto il Paese e quello che è diventato il nostro osceno motto – a destra e sinistra – “gli altri sono peggio” – ne è la causa principale. Come dire, io rubo ma lo fanno anche gli altri e io sono meglio perché rubo meno. Una vergogna profonda.

Ecco, io non voterei De Luca perché la mia identità di campana democratica e perbene con lui sarebbe tradita e mortificata. Per questo sceglierei una persona come Marco Esposito. Capace. Democratico. Un campano come me: che non mi fa vergognare. Ma andrebbe benissimo anche il voto a Vozza.

L’altra missiva ricevuta era dello Stato di New York. Era del governatore Andrew Cuomo che mi scriveva per ringraziarmi di aver scelto di donare i miei organi. La scelta è stata fatta un mese fa quando mi sono recata a richiedere la carta di identità della città di New York, quella che il sindaco Bill De Blasio, per legge, fa avere anche agli immigrati clandestini. Non sono sempre dalla parte di De Blasio, spesso lo critico duramente, ma questa legge della carta di identità è stata e resterà un suo pregio indiscutibile. Noi, legali e illegali, noi residenti a New York, non siamo invisibili. Abbiamo un documento e siamo parte di questa città alla quale io, senza esitare, ho deciso che (spero molto in là) donerò i miei organi se serviranno. Questa è per me l’identità. Sentirsi parte. Appartenere. E sentirsi parte spinge anche a volere il meglio, fare del proprio meglio, rispettando le leggi e amando la città che ti ha accolto. Io, campana, sono oggi più che mai anche newyorkese e ne sono fiera perché questo mi rende parte di qualcosa.

Lo so, forse la connessione fra queste due cose non è poi così evidente. E con un’alzata di spalle, votare De Luca sembrerà il “meno peggio”. Ma la storia di una terra non si costruisce con il ‘meno peggio’. Si costruisce puntando al meglio, alla fierezza, all’orgoglio, ai progetti condivisi e alla possibilita di sentirsi parte di un qualcosa e di esserne fieri. Si costruisce con il sudore e l’impegno di tutti. Si costruisce smettendo di giustificarsi con gli errori degli altri. Si costruisce permettendo ai propri figli di restare a casa loro e rendere quella casa migliore. La mia terra, la Campania, la chiamavano Felix. Ora è un lembo di terra saccheggiato e insultato. Ma io non mi arrendo.