Come fosse un trascurabile dettaglio aver lasciato le Ferrovie un anno fa, Mauro Moretti all’inaugurazione del nuovo Frecciarossa 1000 si è piazzato al centro della scena e non l’ha mollata più. Da provetto padrone di casa ha intrattenuto gli ospiti durante il percorso da Milano a Roma doverosamente riservando un occhio di riguardo al capo dello Stato, Sergio Mattarella. Così come era uso fare in passato, quando da numero uno dell’azienda si prodigava in mille attenzioni ogni volta che a bordo di un treno saliva il presidente Giorgio Napolitano, amico e protettore. Chiuso nella sua smorfia di sfinge, non è chiaro quanto Mattarella abbia apprezzato tante premurose sollecitudini.

Chi non ha affatto gradito il disinvolto presenzialismo morettiano sono stati i due che per protocollo avrebbero dovuto essere gli anfitrioni della festosa cerimonia: Michele Elia, amministratore delegato, e Marcello Messori, presidente. Divisi normalmente su tutto tanto da parlarsi solo per atti ufficiali e email, i due sono stati relegati da Moretti nello stesso angolo delle comparse. Elia, che è un pugliese di indole paciosa e una specie di replicante dell’ex capo delle Fs, al quale deve tutto, a cominciare dalla nomina, e di cui mai e poi mai oserebbe mettere in discussione primazia e autorità, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Messori sembrava meno accondiscendente, ma non volendo rovinare la festa, da perfetto signore è rimasto attonito a trangugiare lo sgarbo.

Chi ha assistito al teatrino, riferendolo al Fatto Quotidiano, ne trae una conclusione generale: anche quel piccolo episodio dimostra che alle Ferrovie tra i due litiganti, Elia e Messori, chi gode è il terzo, Moretti. Che pure avrebbe tanto da fare nel nuovo e gravoso incarico di amministratore di Finmeccanica. Sostenere però tout court che Moretti è ancora il capo vero delle Ferrovie è solo un pezzo della verità. Perché se a nessuno sfugge l’influenza che l’ex amministratore continua a esercitare sull’azienda, è pur vero che una cosa è regnare imponendo ai sudditi anche la propria presenza fisica di monarca. E un’altra cosa è governare da lontano, dopo aver consegnato lo scettro a un proconsole (Elia) che oltretutto almeno sulla carta dovrebbe spartire strategie e decisioni con Messori.

Il potere debole e le diarchie conflittuali spesso portano alla paralisi e le Fs non sfuggono alla regola. Gigantesche e immobili somigliano assai poco a quella impresa dinamica (nel bene e nel male) che furono ai tempi di Moretti. Ora sembrano una balena spiaggiata, incapace di reazioni. L’encefalogramma è piatto su tutta la linea, dagli inguardabili treni per i pendolari alla privatizzazione che nelle dichiarazioni ufficiali e nelle interviste si dà sempre per imminente e per la quale invece nella realtà non c’è mezza decisione formale assunta. Fino al bilancio 2014 che non brilla, con un calo dell’utile a 303 milioni di euro, cioè meno 34 per cento, pessimo viatico per attirare gli investitori.

Arretrano tutti i comparti. A Trenitalia il risultato netto cala addirittura del 67,2 per cento a causa di un altro tonfo, quello della Business Unit Cargo (le merci) di cui hanno dovuto svalutare gli asset per oltre 185 milioni. A Rfi (la rete dei binari) il risultato netto è quasi dimezzato, da 270 milioni nel 2013 a 140 a causa “dell’impatto di fattori normativi e regolamentari”, cioè l’abbassamento delle tariffe per l’Alta velocità imposto dall’Europa, scese da punte di quasi 15 euro a treno/chilometro fino a 8,2 euro.

Le nomine restano a mezz’aria, comprese quelle della perla della corona, Trenitalia, per anni affidata al tandem Marco Zanichelli presidente e Vincenzo Soprano amministratore. Forte dei risultati ottenuti soprattutto con i Frecciarossa, Soprano vorrebbe restare dopo aver perso la corsa per la guida della holding ferroviaria, sgambettato all’ultima curva da Moretti che gli ha preferito il più docile Elia. Ma proprio per questi precedenti Elia ora avversa Soprano e di consiglio di amministrazione in consiglio tutto si impaluda mentre si affaccia una pletora di pretendenti.

Nessuno finora è riuscito a ottenere una spiegazione plausibile neanche per la scelta di Francesco Cavallo come presidente di Centostazioni, arrestato cinque giorni dopo l’insediamento. Il settore merci boccheggia senza più l’ossigeno dei 130 milioni di euro l’anno percepiti fino alla fine del 2014 dallo Stato sotto forma di un fantomatico “contratto di servizio”. Inoltre non è chiaro che fine possa fare la rete elettrica messa in vendita mentre le due società che gestiscono le stazioni (Grandi Stazioni e Centostazioni) restano saldamente in mano ai privati (Francesco Gaetano Caltagirone e Enrico Marchi) nonostante le Fs abbiano la maggioranza (60 per cento), senza che nessuno fiati.

Per quanto riguarda la partita più importante, la privatizzazione, dall’interno dell’azienda fanno circolare con un sospiro di sollievo la vulgata che è stata respinta la linea Messori, cioè l’idea di riorganizzare l’azienda per recuperare efficienza così da mettere al meglio sul mercato i pezzi appetibili (e non la rete che deve restare pubblica). Un approccio che avrebbe sconvolto le rendite di posizione del granitico blocco ferroviario che infatti si è messo di traverso. In contrapposizione a questa impostazione dicono sia stata scelta la proposta Elia, il quale però in una recente intervista a Repubblica si è coperto sostenendo che quella più che la sua è la linea dell’azionista Tesoro. Linea che consiste nel mettere sul mercato il 40 per cento della holding, rete dei binari compresa, così da toccare il meno possibile l’attuale assetto aziendale. Alla ricerca disperata di soldi subito, l’azionista pubblico non disdegna l’idea, anche se fino a questo momento non c’è traccia di decisioni formali. Tutto resta nel vago e nessuno sembra in grado di spiegare quale sia il senso della privatizzazione per il sistema dei treni. Uscito dal Comitato ministeriale causa arresto Ercole Incalza che da vero ministro ombra dei Trasporti e al di là di altre considerazioni sapeva almeno dove mettere le mani, ora resta in pista il suo collaboratore fidato, Paolo Signorini. Ma non è la stessa cosa.

Da Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2015