Una struttura sovraffollata a causa del lungo periodo medio di permanenza degli ospiti, una sede troppo lontana dal centro abitato, fenomeni di illegalità, degrado e violenza. A un anno dalla visita de ilfattoquotidiano.it, le condizioni degli ospiti del Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo in provincia di Catania, non sono cambiate: l’inferno di Stato è rimasto impermeabile persino all’inchiesta su Mafia Capitale. Parola di Medu, l’associazione dei Medici per i Diritti Umani, ascoltata dalla commissione parlamentare d’inchiesta sui centri per migranti, che per tre giorni sarà in trasferta in Sicilia. Dopo le inchieste giornalistiche, Medu ha spedito un suo team al Cara di Mineo: uno psichiatra, una psicologa e un mediatore culturale che dal novembre del 2014, ogni settimana, raccoglievano i racconti degli ospiti del centro, fornendo assistenza. Dopo sei mesi, l’audizione davanti la commissione parlamentare d’inchiesta è a tinte fosche.

“Sovraffollamento, isolamento della struttura rispetto al territorio, tempi medi di permanenza di 18 mesi in attesa del completamento della procedura di riconoscimento della protezione internazionale (contro i 35 giorni previsti dalla legge). Mancata iscrizione dei richiedenti asilo al Servizio sanitario nazionale (in contrasto con la normativa vigente). Disfunzioni nella fornitura ed accesso ai servizi di supporto psicologico e legale. Fenomeni di degrado, illegalità e violenza difficilmente gestibili come riconosciuto dalle stesse forze di polizia”, sono stati i passaggi fondamentali della relazione di Medu davanti alla commissione parlamentare sui centri per migranti. Già ad aprile del 2014, ilfattoquotidiano.it aveva documentato la presenza di fenomeni come lo spaccio di stupefacenti e la prostituzione al residence degli Aranci, ovvero le 400 villette a schiera lasciate sfitte dai militari statunitensi di stanza a Sigonella, trasformate nel 2011 nel Cara di Mineo. Per gli operatori di Medu il Cara in provincia di Catania “è un modello incompatibile con la dignità della persona”.

“Gli ospiti della struttura- hanno detto gli operatori – sono ridotti a un numero e costretti a lunghe file anche per mangiare e per ricevere cure mediche”. Ma non solo: “Mineo – hanno continuato gli operatori di Medu – è inadeguato ad accogliere i richiedenti asilo più vulnerabili. Le grandi dimensioni rendono particolarmente problematica l’individuazione e la presa in carico delle persone affette da severi disturbi psichici”. Tutti problemi che nascono soprattutto dall’eccessiva estensione del centro, il più grande d’Europa con i suoi 4 mila ospiti mentre potrebbe contenerne al massimo 3.200. “Dobbiamo superare il sistema previsto per l’emergenza sbarchi del 2011 con i grandi centri Cara, perché non é compatibile con la piena tutela dei diritti umani”, dice Gennaro Migliore, presidente della commissione d’inchiesta sui centri d’accoglienza.

“ Personalmente ho da tempo denunciato questa situazione, ben prima che l’inchiesta Mafia Capitale svelasse in tutto il suo orrore lo sfruttamento del business della finta accoglienza: è bene ricordare che si tratta di uomini e donne in fuga da guerre e regimi sanguinari”, commenta Erasmo Palazzotto, uno dei componenti della commissione. Oltre che per le condizioni degli ospiti, il Cara di Mineo ha fatto notizia anche perché è finito agli atti dell’inchiesta su Mafia Capitale. Luca Odevaine, ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni in Campidoglio, arrestato nell’inchiesta della procura di Roma, era uno dei consulenti storici del centro richiedenti asilo, componente della commissione che nel giugno del 2014 ha assegnato la gestione del Cara alla stessa associazione temporanea d’imprese attiva al Residence degli Aranci fin dalla sua apertura. Una cordata a larghe intese, composta dalla Pizzarotti di Parma, proprietaria del residence, dalla Cascina Global Service, vicina a Comunione e Liberazione, dal consorzio Sisifo, iscritto a Legacoop e già coinvolta nel caso delle docce antiscabbia del Cie di Lampedusa. Quella gara d’appalto da quasi 100 milioni di euro, però, per l’Anticorruzione di Raffaele Cantone era illegittima, perché violava “i principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità ed economicità”. Un parere, quello di Cantone, giudicato “non vincolante” da Giovanni Ferrera, direttore generale del Consorzio Calatino Terra di Accoglienza, ente attuatore del Cara, che il 15 maggio ha riassegnato la gestione del centro ai vincitori della gara d’appalto del giugno scorso. Un appalto su cui indaga la procura di Catania, che ha aperto un fascicolo per abuso d’ufficio e turbativa d’asta: tra gli indagati anche Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’agricoltura, luogotenente del Nuovo Centrodestra in Sicilia, ex presidente della provincia etnea e primo “sponsor” di Odevaine al Cara. Dopo aver visitato il centro richiedenti asilo, la commissione d’inchiesta continuerà le sue audizioni a Catania, per poi spostarsi quindi a Lampedusa.