“Tra l’86 e il’89 Nash lo vedevo tutti i giorni. Ero studente di dottorato a Princeton. Lui non era più professore perché molto malato. Ma veniva all’università e stava nella common room perché si pensava gli facesse bene stare tra i suoi vecchi amici. Mi ricordo una persona completamene prostrata”.

Stefano Demichelis, matematico dell’università di Pavia, ha conosciuto John Nash – morto in un incidente stradale – quando era studente di dottorato in matematica a Princeton, prima di diventare assistent professor ad Harvard e tornare in Italia dopo alcuni anni. Nel ripensare a Nash, c’è anche tutta l’amarezza di aver visto come una mente geniale e tormentata sia stata in parte sfruttata per fornire una parvenza di scientificità ad alcune teorie economiche, come quelle neoliberiste, e per giustificare quindi scelte in economia che di scientifico potrebbero avere molto poco. Oggi lo sanno tutti – sopratutto grazie al film A Beautiful Mind di Ron Howard che ne ha sancito, a pochi anni dal Nobel, la fama planetaria – che John Nash è conosciuto sopratutto per la teoria dei giochi. Quelli in cui non necessariamente qualcuno perde, ma anzi i comportamenti individuali di un soggetto che coopera con altri per raggiungere un obbiettivo comune possono essere finalizzati ad ottenere il maggior beneficio per tutti i partecipanti. Il risultato di Nash, ottenuto quando era ancora studente, prevede che se ogni giocatore assume che tutti i partecipanti terranno il comportamento più razionale possibile in funzione del perseguimento di un obbiettivo comune, il sistema raggiungerà il miglior equilibrio possibile per tutti in modo naturale. Il neoliberismo ha preso a mani piene dai risultati giovanili di John Nash – oltre che da lavori precedenti di altri economisti – deformandolo per sostenere che si vuole che il mercato trovi il miglior punto di equilibrio per tutti lo si deve liberalizzare al massimo, finanzializzare al massimo, perché così si raggiungerà la massima efficienza negli scambi e quindi una distribuzione ottimale delle risorse.

In realtà, ricorda Demichelis, Nash era un eclettico e raggiunse risultati fondamentali per molti campi della matematica, dalle equazioni differenziali alle derivate parziali alla geometria algebrica, ma non si considerava un economista e non aveva interessi specifici in economia. “Lui stesso sosteneva che il suo risultato nella teoria dei giochi fosse esso stesso un gioco, un divertimento a cui si era dedicato in gioventù, e non il cuore del suo lavoro, di ben altra profondità”.

Ma soprattutto, spiega Demichelis, la teoria di Nash non si può applicare tout court alla realtà degli uomini, e quindi al mercato. Se non a rischio di sbagliare completamente le previsioni per il futuro. “L’economia – dice – è una rispettabilissima disciplina, e gli economisti di pregio ne conoscono i limiti.” In particolare, sanno che l’economia non è una scienza e non si sa nemmeno se lo diventerà mai. Ma non tutti lo accettano”. Per questo, Demichelis sostiene che si possa parlare di una sorta di operazione Nash, che sta dietro sia al premio ricevuto dal matematico che al film. “Nash avrebbe meritato la Medaglia Fields, il premio più prestigioso per i matematici, per la profondità dei suoi risultati, raggiunti tutti entro i 30 anni. Se non l’ha avuta, probabilmente è solo a causa della sua malattia, che gli impedì di portare a termine le sue ricerche”.

Nash, prosegue, è forse l’unico matematico serio che ha dato un contributo importante all’economia. Ed è per questo che potrebbe essere stato in parte usato. “Se un matematico così bravo così importante ha lavorato nel campo di interesse di alcuni, si potrebbe pensare che questo voglia dire che quel campo è scientifico”. L’utilizzo della matematica per dare scientificità a qualcosa che non lo è del tutto accade spesso in economia. “Ma non basta che l’economia indossi la matematica come un abito per diventare una scienza e quindi fornire previsioni accurate sul futuro”. L’economia ha a che fare con il comportamento umano, cioè con quello dei singoli individui, non sempre razionali, ma anche con le interazioni tra tutti gli individui, cosa che spesso si dimentica di mettere in conto. “Le ipotesi che gli economisti fanno sul comportamento umano sono opinabili e sopratutto non è detto che la matematica le possa modellizzare, dal momento che si tratta di un sistema complesso dove le variabili in gioco sono una miriade”.

Ciò che si è molto sfruttato di Nash è stata anche la sua malattia, sostiene Demichelis, alludendo anche al film di Howard. “Il Nobel e il film lo hanno reso una figura mitologica, sfruttando lo stereotipo dello scienziato pazzo, dove la follia, per qualche ragione, avvalora la genialità delle idee. Ritengo, aggiunge, che l’operazione Nash, dal Nobel al film, possa essere stata in qualche modo deliberata, creando il mito e poi cavalcandone l’onda per presentare come scientifiche teorie che di scientifico forse non hanno molto: Mi è sembrata più un’operazione di marketing”.

di Laura Margottini