Non sono andato a Cannes. Ho seguito il festival sui giornali e sui siti. E su Facebook, in cui mi sono sorbito in silenzio la foto di chiunque in posa sulla scalinata del Palais e le foto degli accrediti di chiunque e di tante tantissime troppe cartelle azzurre/gadget per gli accreditati. Ora che i giochi sono finiti, qualcosa però la voglio dire.

Che i film di Moretti, Garrone e Sorrentino fossero invitati in concorso a Cannes lo sapevamo tutti da quando i tre hanno cominciato le riprese, se non addirittura quando hanno cominciato a scrivere le sceneggiature. E’ infatti fuori discussione che i tre siano tra i pochissimi registi italiani ad essersi meritati il rispetto indiscutibile da parte del più importante festival del mondo, che mai si farebbe scappare un loro film. Da qui all’eternità un loro film non andrà a Cannes solo quando uno di loro avrà deciso di non andarci o quando impazzirà e farà un film veramente improponibile. Quindi non ho capito tutto lo stupore e il clamore che la tripletta ha suscitato quando è stata annunciata. E ancora meno ho capito la valenza che le è stata assegnata in relazione allo stato di salute del cinema italiano, che è sempre quello più o meno stabile da anni: in questo paese si fanno una decina di film importanti all’anno, una ventina di film che reggono in piedi economicamente la filiera, assai più di cento film che quasi nessuno vede non sempre per colpa dei film, ma che comunque rappresentano lavoro, impegno, denaro che gira, sogni troppo spesso infranti ma che rimangono pur sempre sogni vitali.

La considerazione non è applicabile ai film di Moretti, Garrone e Sorrentino, ma vale la pena ricordare che un festival, anche il più importante del mondo, si basa su scelte operate da un ristretto numero di persone che nel giudicare se un film sia meritevole o meno di partecipare portano con sé la propria fallibilità. E’ per questo che sarebbe sano da parte di chi fa questo lavoro non esaltarsi troppo quando si è invitati ad un festival importante e d’altro canto non abbattersi troppo quando si è esclusi. Magari c’è da iniziare a preoccuparsi quando tanti festival importanti ti dicono no.

Non mi compete parlare dei tre film, perché non sono un critico. Ma voglio invece sottolineare tre motivi, uno per film, che hanno reso il passaggio dei film a Cannes importante, al di là dei film stessi.

Il primo a scendere in campo è stato Matteo Garrone, che tra le tante cose che ha detto nelle interviste, si è scagliato contro il sistema bancario italiano, che non ha ritenuto opportuno sostenerlo negandogli la fiducia necessaria a monetizzare i contratti e gli accordi stipulati per montare economicamente il film, costringendolo a rivolgersi all’estero. Garrone ha messo in rilievo un problema che assilla il cinema italiano, soprattutto quello del futuro, quello dei giovani produttori, che si trovano quasi tutti nella stessa condizione in cui si è trovato Garrone, anche per importi notevolmente inferiori. Le banche tendono a sostenere chi è gia indebitato, rendendo praticamente impossibile la vita a chi ha bisogno di indebitarsi. Il Sistema Cinema continua a ignorare questo problema, perché chi muove le fila di tale Sistema è già indebitato, quindi tranquillo e soprattutto tradizionalmente poco interessato al problema del futuro, se non di quello dei propri figli, che tanto andranno all’estero.

Poi è stata la volta di Nanni Moretti, che non ha perso occasione per spendere parole amare nei confronti della politica cinematografica di questo paese. La tripletta non è un successo del cinema italiano, ma semplicemente la conferma di alcuni talenti autoriali e produttivi che continuano a fare contro le avversità generate dal disinteresse della politica nei confronti del cinema e della cultura.

E poi è arrivato Paolo Sorrentino, che ha preferito delegare ai suoi produttori il messaggio politico. Il film è nelle sale italiane in versione doppiata perché i distributori internazionali hanno chiesto di non anticipare con la versione originale l’uscita americana, prevista per settembre, per paura della pirateria che imperversa nel nostro paese. Molto bene. Ora io ricordo negli anni passati prese di posizione blande, quasi da avanspettacolo, anche da parte dei produttori italiani nei confronti della pirateria. Oggi però a capo dei produttori italiani c’è una delle produttrici del film di Sorrentino. E’ forse allora giunta l’ora che il problema pirateria venga affrontato in maniera seria, anche su spinta dei produttori? Speriamo.

Il discorso fatto per i selezionatori è identico per le giurie. Con l’aggravante che spesso le giurie lavorano di compromesso e qualche volta può capitare che il film che sia piaciuto a tanti ma non a tutti i giurati non vinca niente, superato magari da un film che non abbia entusiasmato ma neanche indignato nessuno dei giurati. Detto questo non ho visto gli altri film in concorso e quindi non posso esprimere un parere su quanto effettivamente meritassero i nostri tre film.

Mi piace infine sottolineare che un giovanissimo regista italiano che si chiama Fulvio Risuleo con il suo Varicella ha vinto la sezione cortometraggi della Semaine de la Critique. Ecco io francamente, al di là del premio che come detto può anche lasciare il tempo che trova, penserei un po’ più a lui. Lui sicuramente è il futuro e a me francamente interessa il futuro. E non solo quello dei miei figli, che per il momento comunque studiano in Italia.