Pochi giorni prima di saltare in aria nell’inferno di via d’Amelio, Paolo Borsellino era deluso dall’atteggiamento di un collega magistrato che avrebbe tradito la sua fiducia. Lo ha raccontato per la prima volta in un’aula di tribunale l’ex pm Vittorio Aliquò, deponendo come teste al processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. “Mi disse che era molto deluso e dispiaciuto perché un collega, della sua stessa corrente, gli aveva messo i bastoni tra le ruote: a lui dispiaceva perché come amico si fidava di lui” ha detto Aliquò davanti la corte d’assise di Palermo che sta processando boss mafiosi, politici e ufficiali dei carabinieri per il patto segreto tra pezzi delle stituzioni e Cosa nostra. L’ex pm non ha saputo indicare il nome del collega di Borsellino: la sua testimonianza, però, ricorda l’ultimo intervento pubblico del magistrato assassinato, quando il 25 giugno del 1992, partecipando ad un convengo alla biblioteca comunale di Palermo, aveva puntato il dito contro i “traditori” di Giovanni Falcone, assassinato appena un mese prima.

Un ampio passaggio della testimonianza di Aliquò è stato dedicato alla visita che Borsellino fece al Viminale il primo luglio del 1992. Era il giorno dell’insediamento al vertice del Ministero degli Interni di Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza al processo Trattativa: l’esponente della Dc ha più volte smentito di aver incontrato Borsellino in quell’occasione, e ammettendo solo recentemente di averlo incrociato per pochi attimi insieme ad altre persone. “Eravamo a Roma – ha spiegato Aliquò – per interrogare i pentiti Leonardo Messina e Gaspare Mutolo e prendemmo un appuntamento con l’allora capo della polizia Parisi. Lui sapeva che eravamo lì e ci sembrò corretto passare anche se non ne avevano molta voglia. Poi attendemmo Mancino, per capire che intenzioni avesse sul fronte della lotta a Cosa Nostra”. Un incontro, quello con l’allora neo ministro dell’Interno, che Borsellino segnò sulla sua agenda grigia, l’unica ritrovata dopo la strage.

In origine Aliquò aveva raccontato di non essere entrato nella stanza di Mancino insieme a Borsellino, circostanza che poi aveva smentito testimoniando al quarto processo sulla strage di via d’Amelio, in corso davanti alla corte d’assise di Caltanissetta. “Il ministro era seduto al tavolo, si alzò, ci venne incontro, ci fece accomodare. Ci proponevamo di accertare quali fossero le intenzioni del governo per seguire le indagini su Cosa nostra, ma non fu possibile, dato che dopo due minuti di convenevoli, Mancino si alzò e ci salutò: il ministro non rimase da solo con Borsellino”. Ma non solo: secondo Aliquò, quel giorno al Viminale, Borsellino non avrebbe incontrato l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. “Non lo vidi, qualcuno della scorta mi disse di averne sentito la voce”.

Una dichiarazione in contrasto con il racconto messo a verbale da Gaspare Mutolo: per andare al Viminale, Borsellino infatti interrompe l’interrogatorio del collaboratore di giustizia. “Tornato dal ministero il dottor Borsellino era turbato e nervoso: a un certo punto mi misi a ridere perché stava fumando contemporaneamente due sigarette, una la teneva in bocca e l’altra in mano” aveva detto il pentito spiegando poi che “Borsellino mi raccontò di aver incontrato il dottor Bruno Contrada che gli riferì, testualmente: dica a Mutolo che se ha bisogno di chiarimenti sono a disposizione. A quel punto ho capito che il mio interrogatorio, che doveva restare segretissimo, era in realtà il segreto di Pulcinella”.

Mutolo fu uno dei primi accusatori di Contrada (poi condannato in via definitiva a dieci anni di carcere per concorso esterno), ed anche l’ultimo collaboratore interrogato da Borsellino, prima della strage che il 19 luglio 1992 spazzò via il magistrato e cinque uomini della scorta.

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