Oggi l’amico etiope Grmay è stato comparsa, in fondo al gruppo, di una bella storia di ciclismo. Non di solo corsa vive una gara a tappe, come il Girum 2015. Per esempio, si sarà chiesto il buon Tsabu, perché il Giro non si sia fermato nemmeno a Eboli, perché abbia disertato il profondo Sud, sfiorato il Meridione? Perché, insomma, si sia accontentato della Campania profonda, quella di Benevento ed Avellino, arrivando a San Giorgio del Sannio, dopo aver attraversato luoghi di una bellezza struggente che il Tour de France si sogna?

Una certa sensibilità a questi temi dovrebbe pur averla, Tsabu che viene da un sud del mondo spesso bistrattato dall’opulento Occidente. Qualcuno, prima o poi, gli spiegherà la differenza che c’è tra il Tour e il Giro. Dietro la Grande Boucle c’è il “sistema” Francia, e la compatta volontà (politica innanzitutto) di promuovere quello che viene considerato l’evento sportivo (e culturale) nazionale più importante del Paese. Un loro mito fondante. Mentre da noi, invece, si va a vista. In balìa dei venticelli amministrativi. Delle convenienze elettorali. La Rcs Sport (che organizza il Giro), sovente ha a che fare con situazioni non semplici da gestire, soprattutto sul delicato fronte finanziario. La crisi rende le cose sempre più difficili.

Capita, purtroppo, che alcuni comuni – sedi di tappa – non saldino il conto. Il caso più clamoroso è quello di Napoli (insieme all’isola d’Ischia e alla penisola sorrentina): per recuperare i 2 milioni di Euro concordati in cambio della partenza 2013 si è passati alle vie legali. il Girum, come ricorda l’avvocato Carmine Castellano che per molti anni ne è stato il patron, “non è un’opera pia”, nel senso che ci sono bilanci da rispettare e impegni onerosi da affrontare. Le insolvenze non riguardano solo comuni del Meridione…troppe volte c’è chi promette e poi non mantiene, osserva amaramente Mauro Vegni, l’attuale direttore del Giro. Ogni edizione è una grande scommessa vinta.

A proposito di vincere. Abbiamo avuto oggi una giornata di ciclismo antico. Di buoni sentimenti. Di amicizie virili. Di lacrime. Di fatica sconcia. E un piccolo grande eroe di tappa. Si chiama Paolo Tiralongo. Uomo del sud. Siciliano di Avola. Veterano delle due ruote con lampi di classe. E’ un gregario di spessore, un uomo di grossa esperienza. E’ stato al servizio di Alberto Contador. Ora è nell’Astana di Fabio Aru, di cui è un po’ la “chioccia”. Anzi, di cui si sente proprio una sorta di padre putativo: “Fabio, il mio bambino”, lo chiama Paolo che ha 37 anni e 313 giorni, tredici anni più di Aru. Il loro è un sodalizio come solo negli sport di resistenza e fatica possono nascere, schiumando sudore per migliorarsi, giorno dopo giorno.

Paolo Tiralongo aveva un compito: preparare l’attacco di Aru, anticipare le salite, andando in fuga appena dopo la partenza da Benevento, perché il terreno si prestava agli agguati, alle trappole. Dopo di che, aspettare Aru. Pianura zero, strappi che sicuramente avrebbero prosciugato le energie dei corridori, persino un cambiamento di programma nella lunghezza del tracciato, passato da 215 a 224 chilometri. L’Astana avrebbe reso dura la corsa per scoprire la reale condizione di El Doloroso. E per stanare gli altri pretendenti alla vittoria finale.

Succede però che anche El Doloroso ha deciso di rendere dura la vita agli altri. La Tinkoff di Contador impone un ritmo forsennato, 44,5 chilometri la media della prima ora, stoppa i tentativi di fuga, ma non quello che si sviluppa a Montefredane: vanno via in undici. C’è Ryder Hesjedal, il canadese che ha vinto il Giro del 2012, col gregario Tom Jelte Slagter; c’è il promettente Sonny Colbrelli; c’è il colombiano Carlos Betancur, talento potenzialmente immenso, sprecato dall’incostanza (ora è sovrappeso, però è due tappe consecutive che si mette in luce; c’è il coriaceo olandese Steven Kruijsvijk, pure lui iperattivo nelle ultime tappe. E ancora: Herrada, Elissonde, Moinard, Belkov, Geschke. L’undicesimo è Tiralongo.

Le montagne fanno selezione. Gli acidi lattici cominciano ad intossicare i muscoli. Dopo aver affrontato il Monte Terminio (gran premio della montagna di seconda categoria) e soprattutto il Colle Molella (Gpm di prima categoria) con tratti al 12 per cento di pendenza, schizza via Slagter, che tenta il colpaccio, facendo affidamento sul gioco di retroguardia del capitano Hesjedal. Il gruppo della maglia rosa è a cinque minuti, la corsa ha preso una piega inaspettata, non quella immaginata dall’Astana. El Doloroso, infatti, controlla il gruppo, non lascia spiragli al sardo. Così Fabio Aru passa al piano B: aspetta l’ultima salita per attaccare, il Passo Serra, dove la pendenza è ancora più ostica che sul Molella, si arriva al 13 per cento.

Tiralongo è in ottima condizione, il ds Giuseppe Martinelli gli lascia carta bianca: “Prova a fare la tappa”. Ormai non ha più senso aspettare Aru. Sono due le corse. Quella per la vittoria. E quella per la classifica. Paolo innesca il rapporto più duro: “Ho tirato alla morte”. Va all’inseguimento di Slagter. In pochi chilometri recupera 40 dei 45 secondi di distacco. Al passo Serra transita per primo l’olandese, Tiralongo è a cento metri. In discesa Paolo acchiappa Slagter, che è al lumicino. A quattro chilometri dall’arrivo, dopo aver inutilmente chiesto all’altro di fare i cambi, appena la strada ricomincia a salire, Paolo si libera di Slagter. Va a vincere. E dedica il successo – il terzo al Giro – “a tutte le persone del Sud, è stata una festa per me e per la gente di questi luoghi meravigliosi”.

Dietro, che è successo intanto? Schermaglie. Aru scatta sul tratto più erto, ma Contador gli è subito ai mozzi. Richie Porte, il tasmaniano che sinora ha corso all’ombra dei due rivali, pena un poco, prima di ritrovarsi pure lui nella scia di Aru e di El Doloroso. Chi paga pegno è il simpatico Rigoberto Uran Uran. Non ce la fa a seguire i tre (e Miguel Landa, altro uomo chiave di Aru): “Va tutto bene – dirà al traguardo, dopo aver buscato quasi cinquanta secondi dalla maglia rosa – il problema è che gli altri vanno più forte di me.  Sono le gambe che parlano, il ciclismo è vittorie e sconfitte. L’importante è non farsi pigliare dallo sconforto. Il Giro è lungo, siamo solo alla prima settimana…”.

Contador e Aru parlottano, si accordano per tirare e guadagnare più secondi che possono su Uran, che è un brutto cliente a cronometro e che se è in giornata è capace di fare impresa in montagna. Porte, riluttante, è costretto a tirare, sino al rettilineo finale, leggermente in salita, dove Aru sprinta furiosamente e rosicchia un secondo a El Doloroso: gli ricambia la cortesia. Sabato, al traguardo volante di Sora era stato lo spagnolo a catturare l’abbuono di due secondi.
Il loro duello è di una selvaggia energia. Il ragazzo che vuole diventare campione. E il campione che non vuole abdicare: “In Aru vedo me alla sua età”. “Per Contador ho ammirazione e rispetto”. La loro rivalità è il fulcro di questo Girum.

Appena mette piede a terra, l’indomito Aru torna ragazzo che ancora non ha terminato il passaggio all’età adulta. Lo spilungone sardo corre verso Tiralongo per abbracciarlo. Scoppia in lacrime. Il capitano piange per la vittoria del gregario. Che lo consola: “Stai tranquillo, stai tranquillo, bambino mio”. Emozioni incontrollabili. Come il tappo di una bottiglia di spumante (quello di Tiralongo fatica a sbottare): “Fabio si è commosso per tutti i sacrifici affrontati, perché questa non è stata solo la mia vittoria, ma la vittoria della squadra, una responsabilità che lui sente in modo particolare. Lo conosco: è da quando è dilettante che lo seguo”. La voce pacata di Tiralongo quieta Fabio, il capitano. Passa Contador, si complimenta con Paolo: “Ho lavorato sempre per grandi campioni. E‘ un onore”.

Questo Girum ha avuto l’inizio più difficile e interessante degli ultimi anni. La prima settimana è stata corsa con un’intensità inusuale, senza un attimo di tregua, con un accanimento come non si vedeva da tempo. Lo spettacolo ci guadagna. L’incertezza pure. El Doloroso è maglia rosa, come aveva promesso. Però lo è per un soffio: 3 secondi lo separano da Aru, 22 da Porte, due minuti e 10 da Uran Uran. Il quale, a meno di clamorose resurrezioni, è il primo dei favoriti a restare tagliato fuori. La seconda settimana culminerò con la lunga cronometro del Prosecco (Treviso-Valdobbiadene, 59,4 chilometri): lì la classifica verrà scolpita da distacchi più severi e decisivi. Contador è più forte di Aru, ma quanto gli è costata la strenua difesa della maglia rosa dopo la terribile caduta di Castiglione della Pescaia? El Doloroso ha adesso un giorno di riposo per curarsi meglio. L’anno scorso Uran Uran si impose nella crono da Barbaresco a Barolo, più corta ma enologicamente più affascinante. L’incognita è Richie Porte. Conserverà la condizione di queste ultime settimane?

Quanto a Tsabu, le classifiche dicono che anche oggi ha dovuto cedere posizioni su posizioni. Intanto ha accusato al traguardo 13 minuti e 12” di ritardo (93esimo): probabile che gli abbiano detto di non sfiancarsi, che non è la classifica generale il suo obiettivo e che deve conservare le energie per la terza settimana, quelle dei tapponi alpini. Per questo è retrocesso al 62esimo posto, con un distacco importante: 48 minuti e 54 secondi da Contador. Precede il più famoso Sylvain Chavanel che l’anno scorso fece faville al Tour, e Slagter che oggi ha avuto una lunga mezz’ora di gloria. Quel che conta è che ha superato la prima boa. Il Girum 2015 riposa a Civinatova Marche, martedì si è già a Forlì, arrivo per velocisti, mercoledì si arriva all’autodromo di Imola, scozzonati da saliscendi cattivelli prima di entrare nel circuito dei Tre Monti, quello che consacrò Vittorio Adorni campione mondiale: era il Sessantotto. Delle due ruote. E di tante altre cose che cambiarono il mondo.