In Inghilterra si dimettono dopo poche ore, vedi l’esempio dei leader del partito Laburista, Ed Miliband; dei Liberlademocratici, Nick Clegg, e della Destra nazionalista, Nigel Farage. In Italia restano inchiodati alle poltrone nonostante decenni di sconfitte e debacle elettorali. Antonio Pitoni e Stefano Iannaccone raccontano bene la storia di questa disfatta della nostra democrazia. Favorita certamente da un sistema consociativo imposto come camicia di forza dai partiti al paese e da sistemi elettorali che, dopo il tramonto del proporzionale decretato con maggioranze bulgare dai cittadini con i referendum dei primi anni Novanta, si sono rivelati delle autentiche truffe ai danni degli elettori.

Per dare maggioranze stabili al Paese, favorire il ricambio del personale politico e assicurare l’alternanza dei diversi schieramenti al governo, da destra e da sinistra, anche sotto i colpi di Tangentopoli, ex comunisti e democristiani, esponenti della società civile e nuovi messia, promisero agli italiani un sistema elettorale, il maggioritario appunto, in grado si sanare tutte le ferite e gli immobilismi che avevano portato alla fine della prima Repubblica.

Via perciò il sistema proporzionale, indicato come il primo responsabile della perpetuazione al potere sempre delle stesse facce: Andreotti, Craxi, Forlani, Natta, La Malfa e via dicendo. Il vecchio, insomma, anche se in questo vecchiume, in quanto esponenti delle forze politiche che avevano sino ad allora (s)governato il Paese, si potevano già conteggiare pure i “giovani” comunisti Occhetto, D’Alema, Veltroni; i democristiani Casini, Castagnetti, Mastella, Buttiglione; i socialisti come Cicchitto, per non parlare di già maturi leader come Napolitano. Tutta gente che con un vero sistema maggioritario di collegio, proprio sull’esempio dell’osannato sistema inglese, rischiava seriamente di restare a casa. Si poteva osare tanto?

E no che non si poteva. Osteggiando sino all’ultimo momento utile i referendum elettorali, la gran parte di questi signori sono rimasti in sella edulcorando poi la volontà espressa dagli elettori nell’urna e ostacolando in ogni modo l’introduzione di una legge che avrebbe potuto spedirli a casa definitivamente. Ma quale maggioritario secco, ma quale presentazioni nei collegi. La “giovane” nomenklatura sopravvissuta alla prima Repubblica ha trovato subito il sistema per rimanere a galla: varando quel Mattarellum inventato dall’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, attraverso la quota proporzionale del 25 per cento, assicurava in ogni caso lo scranno parlamentare e il potere ai segretari di partito e ai loro protetti. Questo è stato il grande tradimento della volonta popolare che con oltre il 90 per cento dei suffragi tra il 1991 e il 1993 aveva chiesto la fine del vecchio sistema per dare veramente ai cittadini la possibilità di eleggere direttamente i propri parlamentari. Non obbligando tutta questa bella gente a misurarsi ad ogni tornata elettorale con gli umori dei cittadini andandogli a chiedere direttamente voti e consensi sul territorio si è favorita la continuità che negli ultimi venti anni abbiamo avuto sotto gli occhi e che ancora adesso siamo costretti a comparare con il senso di responsabilità dei leader britannici che si dimettono un’ora dopo la sconfitta. Sempre le stesse facce e sempre al potere, vittoria o disfatta, indifferentemente: Berlusconi, D’Alema, Veltroni, Casini, Mastella, Buttiglione, Alfano. Grazie al Mattarellum prima e alle liste bloccate del Porcellum poi.

C’è da sperare di meglio per il futuro? Neanche a parlarne. L’Italicum imposto alle Camere e al Paese da Matteo Renzi dopo mesi di battaglie parlamentari e mediatiche contiene in gran parte tutti i vizi che in Italia hanno bloccato il ricambio di classe dirigente consentendo agli sconfitti di ogni tornata di rimanere perennemente incollati alla poltrona. Con le sue liste più o meno corte preparate dalle segreterie dei partiti e appena mitigate dalla timida introduzione di preferenze, ma soprattutto con i capilista bloccati e le multicandidature la sopravvivenza della solita nomenklatura è assicurata. Potendo fare e disfare le liste, potendo evitare di sottoporsi al giudizio decisivo degli elettori nei collegi, tutta questa brava gente può continuare a dormire sonni tranquilli. Sempre facendo quello che gli pare, infischiandosene della volontà di rinnovamento espressa anche con i migugni dell’astensionismo dagli elettori e, soprattutto, fregandosene pure dei risultati. Sicuri che, con questi partiti asserviti e con questi sistemi elettorali nessuno potrà mai schiodarli. Si vinca o si perda, naturalmente.