Per volontà del governo, anche nel calcio spagnolo dal triennio 2016-19 comincerà la vendita centralizzata dei diritti televisivi. Il decreto di Josè Ignacio Wert, ministro di Educazione, Cultura e Sport, nel governo socialista di Rajoy ha il preciso scopo di rompere il duopolio che tiene in ostaggio il pallone iberico. Real Madrid e Barcellona dagli anni ’30 in poi si sono infatti divisi quasi tutti i campionati – con le lodevoli eccezioni storiche di Atletico Madrid e Athletic Bilbao, e con le più recenti eccezioni di Deportivo La Coruna e Valencia, che però hanno pagato col fallimento questi voli pindarici – e negli ultimi vent’anni si sono accaparrati in due oltre metà della torta dei diritti tv. Lo squilibrio in Spagna era tale che, fino a oggi, Real e Barça intascavano dalle televisioni circa 140 milioni l’anno: quattro-cinque volte tanto squadre come Valencia, Atletico, Villarreal e Siviglia; oltre dieci volte tanto quello che prendevano i restanti club della Liga.

Con il nuovo decreto si dovrebbe rendere più democratica la spartizione e, anche, puntare a un prezzo più alto. L’ultimo triennale portava infatti nelle casse dell’intero calcio spagnolo la cifra complessiva di circa 825 milioni di euro l’anno, ora si spera di venderli a una cifra vicina a 1,5 miliardi. In questo caso, anche se Barça e Real prendessero una percentuale minore, i loro incassi non dovrebbero diminuire di molto: questo è stato il punto dirimente per cui, dopo anni di lotta nelle assemblee di Lega e in incontri degli altri club in cui non erano invitate, le due grandi squadre del calcio spagnolo hanno accettato di ridiscutere le loro percentuali. Così saranno suddivisi i nuovi ricavi centralizzati: 2% alla Federcalcio spagnola e 98% alla Lega. Di questa parte ne sarà a sua volta distribuito il 90% tra i club di prima divisione, probabilmente con un sistema il più simile possibile a quello inglese, e il 10% tra quelli di seconda. Il restante sarà diviso tra le varie componenti del calcio iberico, tra premi paracadute e contributi sviluppo.

Il sistema di divisione all’interno della Liga non è stato ancora deciso. Una parte, che oscilla tra il 50% e il 70% dovrebbe essere distribuita in parti uguali. Il resto tra risultati ottenuti nel passato e bacino d’utenza. In realtà, dopo la decisione della vendita collettiva saranno proprio i criteri di ripartizione lo snodo più importante per verificare la validità della riforma: i due poli opposti cui fare riferimento sono quello italiano e quello inglese. In Italia, dove sei anni fa il decreto Melandri anticipò quello che oggi è il decreto Wert in Spagna e impose la centralizzazione della vendita dei diritti tv, vige la ripartizione meno democratica. In buona sostanza il 40% è suddiviso tra i club, il 30% per bacino d’utenza e l’altro per 30% per i risultati (di cui una parte risale addirittura fino al 1946). Il risultato finale è che chi guadagna di più (la Juventus) prende quasi dieci volte tanto l’ultima. In Inghilterra invece il 50% è suddiviso, il 25% per l’ultima classifica della Premier e il 25% per le partite trasmesse, con il risultato finale che la prima prende una volta e mezza circa quello che prende l’ultima. E’ quindi evidente che la democrazia non risiede nella vendita centralizzata dei diritti in sé, ma nella distribuzione che si decide di farne.

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