Un cocente smacco per tutta la Firenze teatrale la nomina di Stefano Massini alla guida del Piccolo Teatro milanese. “Consulente artistico”, la formula giusta. Nomina triennale (’15-’16-’17) in quello che era il posto di comando di Luca Ronconi, scomparso proprio durante le repliche della messinscena di “Lehman Trilogy”, scritto appunto dalla penna fiorentina.

Cresciuto nella stessa scuola del futuro premier (hanno la stessa età, classe ’75), il Liceo Dante, ma che mai ha chiesto udienza nelle stanze prima di Palazzo Vecchio ed oggi romane, si è formato prima della fine del Millennio scorso al Teatro di Rifredi, realizzando regie e adattamenti per le scuole della provincia con gli allievi-studenti. La sua vena di scrittore per il teatro non era ancora emersa. Ci siamo conosciuti lì nel foyer del teatro di via Vittorio Emanuele a Firenze, entrambi meno che trentenni. Come si dice: con tutta la vita davanti. Già lì, in quelle recite scolastiche, si vedeva l’inclinazione di Massini verso certi temi, l’impostazione non tanto per il cosiddetto “teatro civile” quanto per un certo modo di raccontare, di entrare nelle pieghe dell’argomento, prendendolo di soppiatto, lateralmente, prima della deflagrazione e dell’esplosione.

Dicevamo smacco, certo, che però nessuno ammetterà mai. Perché se hai sotto casa un campione della scrittura e te lo lasci soffiare prima dall’Europa e dopo da Milano (il Piccolo è diventato “Teatro d’Europa”), significa che non hai fatto bene i conti e che qualche dettaglio fondamentale e lampante ti è sfuggito di mano. Nessuna lungimiranza ma controllo del proprio orticello. Il Teatro di Rifredi, dove comunque Massini ha avuto la possibilità di crescere, quando è stato il momento di scegliere ha puntato su un altro cavallo. La sua residenza, decretandone la fortuna e la fama in Italia e all’estero, è diventata il Teatro Manzoni di Calenzano, teatro bomboniera di stucchi e affreschi con i suoi 99 posti, diretto da Maria Cristina Ghelli e con l’importante centro drammaturgico diretto alle origini da Dacia Maraini. Lì Massini ha trovato il suo spazio produttivo, sempre tra mille difficoltà comunque, partendo dalla trilogia de ‘La Gabbia’, passando per ‘L’Italia s’è desta’, fino a ‘Donna non rieducabile’ su Anna Politkovskaja e ‘Balkan Burger’.

Tutto d’un pezzo, tutto d’un fiato, schiena dritta. Nel mezzo ci sono state due produzioni targate Teatro Metastasio, ‘L’odore assordante del bianco‘ su Van Gogh, e ‘Lo schifo’ su Ilaria Alpi e parallelamente il suo lavoro si è spostato con collaborazioni con grandi mostri sacri del nostro teatro, da Ottavia Piccolo ad Amanda Sandrelli, gli eventi con Michele Placido, Giorgio Albertazzi o Massimo Dapporto, la recente collaborazione con Alessandro Gassmann, regista del suo ‘7 minuti’. Il Teatro Metastasio pratese, fino a poco tempo fa teatro stabile della Toscana, e il Teatro della Pergola, adesso divenuto Teatro Nazionale (quest’anno Massini è stato inserito in stagione ma messo nel palco periferico del Teatro Goldoni…), non se lo sono filato. Anzi, poca considerazione. Un vero e proprio chiaro ed esplicito segnale di cercarsi altri lidi, altri spazi, che Firenze e la Toscana non sarebbero state pronte ad accoglierlo. Provincialismo oppure nemo profeta in patria.

L’Europa è diventata la casa di Massini: i suoi testi sono tradotti, messi in scena e prodotti nei più grandi teatri del vecchio continente, dalla Francia – dove è drammaturgo residente per un anno alla corte di Irina Brook, la figlia di Peter, a Nizza – alla Spagna, alla Germania, il Belgio, Praga. In Italia pubblica con Einaudi mentre in Francia i suoi libri (lì ancora i volumi a trattazione teatrale vendono eccome) vanno a ruba e vengono ristampati continuamente.

Il trittico della Lehman, sulla grande banca americana che in qualche modo ha decretato il Big bang della crisi attuale, che in un primo tempo doveva essere una produzione di Rubiera, e andato in scena solo in lettura, prima dato alle stampe e poi colto da Luca Ronconi che ne vide le potenzialità sulla scena, è diventato l’ultimo spettacolo del regista per eccellenza italiano degli ultimi cinquant’anni. Ronconi si è (af)fidato a Massini e viceversa. Una fiducia che ha portato Fabrizio Gifuni e Massimo Popolizio e gli altri del fantastico cast in uno stato di grazia tanto che, dopo le repliche di febbraio e marzo, verrà riproposto, in odor di Expo, sempre al Piccolo, a maggio (dal 12 al 29).

Massini ha un’anima internazionale, quarant’anni e la sua modestia fa si che non si possano porre limiti al suo (s)lancio. Sempre fuori dalle pastoie, dalle pastette, dagli inciuci squallidi di palazzo, di letto o di partito, un volto fresco e onesto. Quello che ci vorrebbe per rilanciare qualsiasi teatro, che sia nazionale o di quartiere.