Il rogo ingovernabile, l’impianto antincendio che non parte, le manichette dalle quali fuoriesce vapore acqueo e un uomo incastrato nello scivolo per l’evacuazione. Quattro mesi dopo, quando le fiamme e il fumo non ci sono più, affiorano anche le versioni di chi quella notte di fuoco, vento e onde alte fino a sei metri l’ha vissuta con la divisa addosso. I racconti dell’equipaggio della Norman Atlantic sono un mosaico a tratti sovrapponibile a molti racconti dei passeggeri che il 28 dicembre erano a bordo della motonave bruciata mentre navigava verso Ancona. Il 22 maggio ci sarà la prima udienza dell’incidente probatorio richiesto dai pm baresi Ettore Cardinali e Federico Perrone Capano, ai quali sono state affidate le indagini sul rogo che ha provocato 11 morti accertati e per il quale si contano ancora 18 dispersi. Inizierà a fissare dei punti fermi nella tragedia consumatasi nel mar Adriatico, che nelle scorse settimane ha restituito alcuni corpi probabilmente inghiottiti in quelle drammatiche ore. Iniziò tutto attorno alle 4.30. Su questo concordano buona parte delle versioni contenute negli atti di indagine, che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, depositati in vista dell’appuntamento di fine maggio. Ma in quelle carte ci sono altri spezzoni combacianti, anche nella versione dei dipendenti dell’Anek Lines, la compagnia che aveva affittato la motonave costruita nei cantieri navali Visentini di Porto Viro, in Veneto, gli stessi dove è stato concepito il traghetto Sorrento, andato a fuoco martedì a largo di Palma di Maiorca.

“L’impianto antincendio non partiva”
Quello sul corretto funzionamento dell’impianto antincendio fisso è uno degli interrogativi da chiarire e sul quale la Procura di Bari ha posto particolare attenzione sin dall’inizio delle indagini. C’è un racconto su questo punto, è del barman in servizio al momento della tragedia nella caffetteria. Deck 5, un piano sopra il ponte nel quale si presume abbiano avuto origine le fiamme. L’uomo nota il fumo uscire dai ‘rubinetti di scarico’, afferma che l’allarme è già suonato e si preoccupa di allertare le persone che riposano nei pressi del bar. Poi si dirige al piano superiore per svegliare chi dorme in cabina. È il suo primo compito in caso di incendio, dice. Le fiamme sono già gonfie nella pancia della Norman, il fumo ai piani più alti è il segnale che il problema è grosso e il vento teso sta consumando il tempo a disposizione. Eppure, racconta il barman riferendosi all’antincendio, “fino a quando ero nelle zone interne della nave nulla si era ancora attivato né nella zona bar né nelle cabine né nei corridoi”. Mentre sveglia i passeggeri, precisa, vede delle persone indossare delle tute e operare con gli estintori.

“Dalle manichette usciva vapore acqueo”
La situazione si fa presto caotica. La descrive in maniera particolareggiata il primo ufficiale di macchina. Ricorda di aver azionato alcuni drencher (gli spruzzini antincendio sul soffitto) del ponte 4 e abbandonato la control room dove “l’aria era diventata irrespirabile”. Risale la nave e poco dopo essere arrivato nella stazione d’imbarco “è sopraggiunto il black out totale della nave in quanto si sono spente tutte le luci a bordo” ad eccezione di quelle di emergenza. A suo avviso le fiamme sono già ingovernabili, “in alcuni punti più alte delle paratie se non addirittura del fumaiolo”. Tanto che il pavimento, in parte, “iniziava a prendere fuoco” e dagli ombrinali (le bocche per lo scarico delle acque di coperta, nda) “uscivano lingue di fuoco”. L’uomo prova a intervenire prendendo una manichetta e quando qualcuno apre l’idrante “dalla mia lancia usciva solo vapore acqueo, che diventata sempre più bollente”. Abbastanza da squagliare la manichetta e provocare “una grossa nuvola di vapore mista ad acqua bollente”. E in altri punti della nave, mettono a verbale i passeggeri turchi Sakin, Demir e Omer, “non usciva acqua dalle manichette antincendio”.

“Un uomo incastrato nello scivolo di evacuazione”
Nel frattempo il primo ufficiale di macchina lancia il Mes, uno scivolo di evacuazione. Secondo il suo racconto ottiene il via libera per “iniziare le operazioni di imbarco”. Uno dei primi uomini ad abbandonare la nave rimane incastrato quasi alla fine del tubo. Il membro dell’equipaggio dice di aver provato a fermare quanti volevano accedervi nella ressa di quegli istanti. Ma qualcuno, evidentemente, è riuscito comunque a tuffarsi. Compresa una coppia di greci. La donna, toccata terra, affermerà di essere rimasta incastrata con il marito, appena sopra un “passeggero privo di conoscenza”. Il m.e.s., secondo il racconto della signora, viene tagliato nella parte superiore. Cadono nella scialuppa con una parte di scivolo e provano a svincolarsi: ha paura di soffocare, estrae un coltello che ha con sé per provare ad aprire un varco ma non ci riesce e, nel trambusto provocato dal mare in tempesta, lo perde. “In questa posizione rimanevamo per circa quattro ore, poi arrivava un aerosoccorritore che apriva questa fessura e ci faceva uscire”. Ma subito dopo la donna ricorda d’essere stata portata via da un’onda e sbattuta da una seconda sulla nave. “Da qui con tutta la mia forza nelle gambe mi allontanavo, avendo l’ultimo contatto con mio marito”. Si chiama Theodora. Suo marito è a tutt’oggi disperso.

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